
La bara di don Pippo Curatola all’uscita dalla Basilica Cattedrale di Reggio Calabria portata a spalla dai sacerdoti (Foto Giornalisti Italia)
REGGIO CALABRIA – «Condoglianze a chi don Pippo Curatola l’ha sempre portato nel cuore al di là dell’apparenza. Non sempre le persone che ci stanno accanto riusciamo a riconoscerle come dono di Dio».
Nell’omelia di mons. Fortunato Morrone, arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, in occasione dei funerali di don Pippo Curatola, celebrati oggi nella Basilica Cattedrale di Reggio Calabria, il richiamo ad amare “il prossimo” in vita e non a celebrarlo ipocritamente quando non c’è più. Specialmente se “il prossimo” è rappresentato da un’anima nobile che per tutta la vita ha fatto solo del bene. A tutti e incondizionatamente.
Il monito di mons. Morrone, «Se non abbiamo compreso qualcosa, perdonaci Signore!», in una gremita Cattedrale che ha riunito attorno alla famiglia, oltre al mondo della chiesa e del giornalismo, tutte le espressioni della città, è risuonato, insomma, chiaro e forte. A chi don Pippo l’ha sempre amato e rispettato per le sue straordinarie virtù e a chi soltanto oggi riconosce la santità che ha animato ogni sua parola e suo gesto.
In Cattedrale, accanto a mons. Morrone e a tantissimi vescovi e presbiteri che hanno concelebrato il funerale di don Pippo Curatola, l’arcivescovo emerito di Cosenza-Bisignano, mons. Salvatore Nunnari, al quale lo legava un rapporto speciale radicato nella fede e nel tempo. Carico d’affetto e di riconoscenza, il messaggio di mons. Santo Marcianò, arcivescovo di Anagni-Alatri e Frosinone-Veroli-Ferentino, letto alla fine della funzione, che di don Pippo ha ricordato il profondo valore spirituale e la capacità di essere nel contempo erudito pastore della chiesa e prete degli ultimi tra gli ultimi.
La cerimonia d’addio al sacerdote-giornalista don Pippo Curatola è stata anche l’occasione per testimoniare il ricordo di una guida spirituale e voce del territorio che ha unito pastorale e informazione, mostrando che la parola può creare comunità e orientare le coscienze.
Lo ha spiegato nell’omelia anche mons. Morrone, raccontando quanto visto ieri sera nel Santuario del Sacro Cuore dell’ex Monastero di San Francesco di Sales, nel quale per due giorni la comunità ha vegliato la bara di don Pippo, adagiata sul pavimento, con profondo amore, gratitudine e commozione.
La scomparsa di don Pippo Curatola lascia un vuoto che non è fatto di silenzio, ma di un’eco profonda: quella di una presenza che, negli anni, ha attraversato comunità, coscienze e storie personali con una naturale autorevolezza e vicinanza umana, maturate nell’ascolto e in un modo di comunicare che sapeva arrivare diritto al cuore.
Non è stato soltanto una guida spirituale. Per molti è stato un riferimento umano e culturale, uno di quei rari sacerdoti che sanno stare dentro il proprio tempo e interpretarlo, aiutando gli altri a orientarsi.

Il funerali di don Pippo Curatola nella Basilica Cattedrale di Reggio Calabria (Foto Giornalisti Italia)
Ordinato sacerdote il 21 settembre 1968 e per 34 anni storico e autentico direttore del settimanale “L’Avvenire di Calabria”, don Pippo Curatola ha costruito un modo di fare informazione radicato nel territorio ma capace di parlare al mondo, sempre attento alle persone prima ancora che alle notizie.
Tra ministero pastorale, insegnamento e giornalismo, ha incarnato una figura oggi sempre più rara: quella di chi considera la parola non come uno strumento di potere, ma come una responsabilità. Era convinto, infatti, che comunicare significasse innanzitutto prendersi cura della verità e, insieme, delle persone che la incontrano.
In un tempo segnato da solitudini e frammentazioni silenziose, don Pippo possedeva una qualità che molti gli riconoscevano immediatamente: la capacità di leggere il cuore e di ricostruire comunità, facendo sentire ciascuno accolto e importante, restituendo dignità anche alle fragilità.
Non offriva mai risposte uguali per tutti. A chi era smarrito donava una certezza, a chi era troppo sicuro suggeriva un dubbio, così come a chi cercava un senso regalava tempo ed attenzione. E proprio per questo, che nei momenti decisivi della vita, tutti si rivolgevano a lui, perché sapevano che non avrebbero trovato giudizio, ma uno sguardo capace di aiutare a vedere più chiaramente la realtà, ad orientare le scelte ed il proprio percorso di vita e, spesso, a ritrovare se stessi.
Egli, infatti, aveva il talento innato di saper gestire magistralmente le parole umane con la stessa cura con cui si accostava alle Sacre Scritture.
Comunicare, per lui, significava rendere vivo il Vangelo nella vita quotidiana e abitare il mondo dell’informazione non come un mestiere, ma come una forma di missione: quella che sa dare voce, illuminare, accompagnare.
Come se ogni frase scritta, ogni articolo del suo giornale, persino ogni sillaba fossero consegnate alla pagina con la ferma consapevolezza che ogni parola potesse aprire o chiudere, avvicinare o allontanare, creare fiducia oppure smarrimento.
È stata questa, forse, la sua lezione più profonda, ricordare che la comunicazione non è solo trasmissione di contenuti, ma relazione, cura, responsabilità verso chi ascolta e verso la realtà che abbiamo il dovere di raccontare con onestà.
Ecco, quindi, che in un tempo in cui essa rischia spesso di diventare rumore, la voce indimenticabile di don Pippo ci lascia questa misura diversa: quella di chi sapeva che ogni parola può ferire oppure generare unione e comunità. E lui ha scelto, ogni giorno, la seconda. (giornalistitalia.it)
Margherita Ambrogio






















