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Il Tribunale di Reggio Calabria rigetta le azioni civili del giudice Viola e di Scambia

Diffamazione? Caterina Tripodi ha fatto la cronista

avv. Teresa Maria Faillace

Caterina Tripodi

REGGIO CALABRIA – Il Tribunale di Reggio Calabria ha rigettato, ritenendole infondate, le azioni proposte come causa civile per il risarcimento del danno per diffamazione avanzate nei confronti della giornalista Caterina Tripodi da parte di Giuseppe Viola (già Presidente del Tribunale e Presidente della Corte di Appello di Reggio Calabria e, successivamente, Presidente di sezione della Corte di Cassazione) e Francesco Scambia (amministratore unico della società Enneffe srl). Viola aveva avanzato alla giornalista la richiesta di risarcimento danni per 1 milione di euro;  Scambia per 80mila euro più 130mila, nonché la richiesta di condanna per la giornalista al pagamento degli ulteriori importi di 20mila euro per la società e pari somma per l’amministratore. Il Tribunale di Reggio Calabria, Seconda Sezione Civile, in composizionemonocratica, nella persona del Giudice Istruttore, Rosaria Leonello, ha, invece, condannato entrambi al pagamento delle spese processuali: € 9.390,70 per Viola ed € 4.015,00 per Scambia. La vicenda giudiziaria era stata originata da un articolo della giornalista, redattore ordinario della redazione Reggina del Quotidiano della Calabria, pubblicato nell’edizione del 13 ottobre 2012 con il titolo “Tuccio, Barrile e la bella Senia”, seguito dal catenaccio “Ecco chi ruotava dentro la società Enneffe, costituita per consulenza amministrativa a Multiservizi” e preceduto dall’occhiello “Strani intrecci dentro la relazione dello scioglimento”, resoconto giornalistico delle risultanze della relazione conclusiva della Commissione di Accesso al Comune di Reggio Calabria.

Emanuele Giacoia

Insieme alla giornalista, Viola e Scambia avevano citato in causa Emanuele Giacoia in qualità di direttore responsabile del Quotidiano della Calabria e l’editore del giornale, Antonella Dodaro, tutti difesi dall’avvocato Teresa Maria Faillace. La sentenza (cui i soccombenti potranno presentare appello) del giudice istruttore Rosaria Leonello analizza l’intero corpo dell’articolo in venti pagine e dieci capitoli, rigettando le domande di Viola e Scambia con questa conclusione: “Relativamente alle notizie appurate, investigate e sintetizzate nella relazione ovvero nelle note delle pagine richiamate, non risulta alcuna opera di manipolazione od elaborazione dei dati da parte della giornalista Tripodi, funzionale a falsarne anche parzialmente il contenuto.

Palazzo San Giorgio, sede del Comune di Reggio Calabria

La giornalista ha riportato correttamente i dati”. Ed ancora “Non si ravvisa falsità di notizie, né disegno diffamatorio nei confronti del dott. Viola, del dott. Scambia ovvero della società Enneffe s.r.l., né la giornalista sembra avere utilizzato le risultanze della Commissione di Accesso al Comune di Reggio Calabria in modo funzionale alla lesione dei diritti fondamentali degli attori, costituendo invece l’articolo di stampa espressione del legittimo esercizio del diritto di cronaca e critica giornalistica, va escluso il carattere diffamatorio dell’articolo, sia nelle singole espressioni sia nel contesto dell’intera comunicazione”. “Tantissimi articoli scritti nel periodo pre e post commissariamento e scioglimento del Comune di Reggio Calabria – dichiara Caterina Tripodi a Giornalisti Italia – hanno prodotto la loro lunga sequenza di querele contro di me, quasi subito archiviate o rigettate. Questa ha avuto un iter più lungo”. “Determinante in questo contesto – sottolinea Caterina Tripodi – è stata la mia famiglia professionale, Il Quotidiano della Calabria, poi del Sud, dove ho potuto continuare a fare il mio lavoro in completa autonomia ed in felice serenità, senza interferenze o supervisioni di sorta, nonostante la mole di querele e risarcimento danni avanzatemi. Troppo spesso queste ultime vengono usate in maniera artatamente legalitaria e più sottilmente intimidatoria, divenendo «manette» ai polsi dei cronisti, inibendo ed impedendo il libero esercizio professionale”. “La relazione di scioglimento di un Comune – ricorda la giornalista – è l’istantanea di un lavoro investigativo svolto da uomini dello Stato e si ha il dovere professionale, ancorché la passione civile, di raccontarlo ai propri lettori/cittadini. Racconto oggi questa vicenda – conclude Tripodi – perché sia di buon viatico ai colleghi che si trovano in situazioni analoghe, o anche peggiori, e per incoraggiare i giovani cronisti a non temere le mine insidiose che negli anni si sono create intorno a questo mestiere: l’importante è tenere fermi ed immobili nella redazione degli articoli i rigorosi strumenti della propria professionalità”. (giornalistitalia.it)

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