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Manzini: «Il giudice non ha tenuto conto della capacità a delinquere dell’imputato»

Caso Bozzo, la Procura ricorre in appello

Alessandro Bozzo

Piero Citrigno

COSENZA – Quella inflitta a Piero Citrigno sarebbe una pena troppo lieve. È per questo motivo che il procuratore aggiunto di Cosenza, Marisa Manzini, ha depositato il ricorso presso la Corte d’appello di Catanzaro contro la sentenza emessa dal giudice Francesca De Vuono, che lo scorso 14 settembre ha inflitto quattro mesi all’ex editore di Calabria Ora nel processo per violenza privata nei confronti di Alessandro Bozzo, il cronista morto suicida nella sua casa di Marano Principato il 15 marzo di quattro anni fa.
Per Citrigno il pm Mariafrancesca Cerchiara aveva, invece, invocato quattro anni di carcere. Nelle motivazioni della sentenza, il giudice De Vuono aveva sancito, «oltre ogni ragionevole dubbio, l’affermazione della responsabilità penale dell’imputato per il reato ascrittogli».
Citrigno, dunque, secondo il Tribunale di Cosenza esercitò violenza privata nei confronti del giornalista Bozzo, trasformando il contratto di lavoro da tempo indeterminato a tempo determinato. Come emerso nel corso del processo, non si trattava «propriamente di risoluzione consensuale» del contratto, circostanza emersa dai suoi diari, consegnati alla Procura dal padre del giornalista e risultati attendibili proprio perché privati. «Rimanendo nella sua esclusiva disponibilità», infatti, «non aveva alcun interesse a scrivere circostanze non veritiere».
Citrigno, si legge ancora nelle motivazioni, avrebbe «limitato la libertà di autodeterminazione» di Bozzo e «l’accettazione delle condizioni contrattuali peggiorative è il risultato di una situazione di costrizione determinata da detta condotta, che si è estrinsecata nel prospettare al Bozzo la necessità di dimettersi e di accettare le condizioni contrattuali peggiorative».
Il passaggio contestato dalla Procura è quello che, però, sminuisce la condotta di Citrigno, che «pure intesa ed idonea a limitare il potere di autodeterminazione del Bozzo, si inquadrava in ogni caso in un contesto di crisi aziendale e certamente non aveva il fine di porre il Bozzo in una situazione particolare di disagio». Per la Manzini, il giudice, nel decidere la pena, non ha tenuto conto della «capacità a delinquere dell’imputato», rintracciabile nei «consistenti e allarmanti precedenti usurari». Una condotta quella di Citrigno che, secondo la Procura, sarebbe «tutt’altro che occasionale» e anzi riconducibile ad una «attitudine dell’imputato a commettere delitti della medesima specie».
Il pm, infatti, aveva invocato la trasmissione degli atti alla Procura perché dalle testimonianze di alcuni colleghi di Bozzo si prefiguravano ipotesi di reato anche ai danni di altri giornalisti. (giornalistitalia.it)

Simona Musco

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