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Luciano Regolo ricorda su Famiglia Cristiana l’incontro tra il gesuita e la mistica di Paravati

Padre Sorge: “Natuzza umile santa inventata da Dio”

Padre Bartolomeo Sorge (morto oggi a Gallarate all’età di 91 anni) e Natuzza Evolo, la mistica di Paravati morta il 1° novembre 2009 all’età di 85 anni

MILANO – «L’incontro con Natuzza Evolo, la mistica di Paravati è un particolare certamente tra i meno conosciuti nella vita di padre Bartolomeo Sorge, il coraggioso gesuita, che si guadagnò la fama di “fustigatore di costumi” e di “uno tra i più rigorosi commentatori degli eventi del nostro tempo”, direttore di La Civiltà Cattolica, direttore di Aggiornamenti sociali, per anni attivista dell’Istituto Arrupe di Palermo, il centro studi sociali impegnato costantemente nella lotta contro la mafia, nonché in contatto stretto con tre pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II».

Luciano Regolo

Pino Nano

Luciano Regolo, condirettore di Famiglia Cristiana, ricorda così una delle figure di primo piano della Chiesa Cattolica e dei Gesuiti, scomparso questa mattina nella dimora per gesuiti anziani che si trova a Gallarate (Varese) e in cui aveva trascorso gli ultimi anni anche il cardinale Carlo Maria Martini.
Nato a Rio Marina (Isola d’Elba) il 25 ottobre 1929, Padre Sorge, entrato nella Compagnia di Gesù nel 1946, è stato Redattore di Civiltà Cattolica dal 1966, ha diretto questa rivista dal 1973 al 1985, lavorando come membro del consiglio di presidenza, insieme a Giuseppe Lazzati e mons. Bartoletti, all’organizzazione del primo grande Convegno nazionale della Chiesa italiana, nel 1976, sul tema “Evangelizzazione e promozione umana”.
Dopo un intenso decennio come direttore dell’Istituto Arrupe di Palermo (dove è tra i protagonisti della cosiddetta «primavera», fioritura di iniziative civiche e movimenti per opporsi alla mafia), nel 1997 arriva a Milano per dirigere Aggiornamenti Sociali e, dal 1999 al 2005, il mensile Popoli.
Profondo e profetico l’incontro con la mistica di Paravati, raccontato da Regolo: «Il gesuita era andato a conoscere la Evolo nella primavera del 1992, poiché, mi raccontò lui stesso nel 2009, “un editore della Calabria mi aveva chiesto di scriverne una biografia, progetto al quale non potei aderire, sobbarcato da tanti impegni”. Alla prima visita ne segui un’altra, circa un anno dopo.
In quell’occasione, intervistato da Pino Nano, già ne elogiò l’umiltà, spiegando: “Se uno ce l’ha, traspare anche se sta zitto. Se uno non ce l’ha, …
Anche se dice ad alta voce ‘sono umile’, si capisce che è un gran superbo. Natuzza è un’anima umile…”».
«Al gesuita – ricorda Luciano Regolo – che per un curioso destino è stato chiamato a testimoniare in diverse cause di beatificazione su personaggi contemporanei, chiesi di rievocare i suoi colloqui Natuzza e di approfondire, dopo oltre un quindicennio, le riflessioni che ne erano scaturite allora, a caldo. Sorge mi ricevette nella Casa Leone XIII di Milano, dov’era ospite.
Durante la nostra conversazione, tirava fuori dal breviario l’immaginetta, conservata con cura, che gli aveva dato Natuzza a Paravati: uno strano ed enigmatico volto di Gesù «con gli occhi aperti per alcuni e chiusi per altri», sopra la quale il parroco di Paravati, paese natio della mistica, don Pasquale Barone aveva vergato la propria firma e il numero di telefono».
Ecco il racconto che padre Sorge, affidò a Luciano Regolo in quella circostanza:

Padre Bartolomeo Sorge

Natuzza giovane

«Partii dall’Istituto Arrupe di Palermo accompagnato dalla scorta, poiché all’epoca ero nel mirino della mafia e non potevo muovermi senza. Tra l’altro il capo, Agostino Cassalano, era tra gli agenti che saltarono in aria con Paolo Borsellino il 19 luglio 1992.
Ebbi un lungo colloquio con Natuzza e mi colpì molto la sua personalità, soprattutto per l’umiltà, segno importante sia della presenza di Dio sia, quindi, dell’autenticità dei carismi. Poi m’impressionò la sua povertà da un punto di vista umano, intendendo anche la povertà di linguaggio: non sapeva neppure parlare in italiano.
Il nostro fu un incontro di pura conoscenza, ma ciò che mi disse mi lasciò comunque un’impressione profonda.
Mi raccontò come lei stessa, trovandosi davanti a delle persone che le chiedevano conforto o preghiere, spesso dicesse termini che non comprendeva, magari medici, ma solo perché ripeteva quanto le suggeriva l’angelo. “Eu on capisciu nenti” (Io non capisco niente), ripeteva.

La seconda volta, andai da Natuzza, perché qualcuno che si trovava con me a un convegno da quelle parti suggerì di fare un salto da lei a Paravati. Era un periodo in cui non stava bene ed era difficile essere ricevuti. In quell’occasione mi furono raccontati diversi episodi della sua veggenza.
Mi è rimasto impresso quello di una figlia che aveva accompagnato da lei la madre, colpita da cancro, e, al loro ingresso, Natuzza aveva insistito, guardand o la ragazza: “Sei tu l’ammalata, devi farti controllare”. 
E in effetti si era poi scoperto che la giovane aveva un tumore ancora più terribile di quello della madre. Altri mi raccontarono delle bilocazioni e di eventi particolari.

Ero scettico su tanti fenomeni riferiti sul suo conto e tuttora non do loro molta importanza, pur non escludendone a priori la veridicità. Ci sono altri elementi, ben più validi, per giudicare la bontà della missione di quella donna: il primo è senza dubbio l’umiltà, profumo della presenza divina; il secondo è la “nullità”, ossia il suo sapere poco o niente, il suo esprimersi attraverso il buon senso, poiché questo è un altro tratto tipico della presenza di Dio, il quale sceglie chi non ha niente perché nessuno possa mettere se stesso davanti al Suo messaggio, dicendo: “Sono io che agisco!”il terzo è l’amore verso chi soffre, altra caratteristica importantissima per stabilire l’autenticità dei carismi: la seconda volta che la vidi, poiché mi portarono a visitare il centro per anziani, rimasi impressionato dal suo slancio, forte e sincero, verso i poveri e i bisognosi, come anche dal fatto che non avesse mai approfittato né tratto alcun vantaggio per sé stessa; il quarto elemento è la preghiera, che in lei scaturiva con sincerità ed emozione.
Pregammo anche insieme davanti all’altare della sua cappella, tutto pieno di statuette e immagini sacre di vario genere. Recitammo un’Ave Maria, forse anche un Salve Regina, ma il suo trasporto era palpabile.

Già allora mi interrogai sul giudizio da dare su questa creatura. E mi sono trovato a concludere che a volte il Signore crea queste figure per diffondere una religiosità popolare; ecco perché, nella Sua infinita sapienza, Dio inventa santi come Padre Pio o come Natuzza stessa: per rispondere a una particolare missione, ossia quella di aiutare la fede popolare.
Quando accadono fenomeni
 come le bilocazioni, le stigmate o le emografie, però c’è anche il pericolo – ed è accaduto con Padre Pio – che prevalga il sensazionalismo sullo spirito religioso. E lì tocca alla Chiesa fare in modo che la religiosità popolare diventi fede matura.
È notevole, d’altra parte come, nel caso di Natuzza, anche persone colte, addirittura di formazione scientifica, attraverso l’incontro con lei, si siano avvicinate a Dio e abbiano trovato la strada per una fede più matura. Quindi la valenza popolare “di superficie” non esclude affatto l’effetto profondo e universale di un apostolato».

Luciano Regolo ricorda, infine, che Padre Sorge venne anche alla presentazione del primo libro che il condirettore di Famiglia Cristiana dedicò a Natuzza Evolo, Il miracolo di una vita (Mondadori), a Milano. «A dibattito concluso – rivela Regolo – si avvicinò con aria complice e con un sorriso che porto ancora nel cuore, mi disse: “Vedrà, vedrà Regolo quante grazie le farà Natuzza dal cielo”.
Mi piace ora immaginarli insieme nella stessa luce a pregare per noi, in questi giorni di buio e paure». (giornalistitalia.it)

Carlo Parisi consegna L’affabulatore d’oro a Natuzza Evolo (giugno 2008). Con lui, i vescovi Luigi Renzo e Salvatore Nunnari e don Pippo Curatola (foto Giornalisti Italia)

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