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Luciano Regolo (l’Ora): “Parisi ha creato un argine motivazionale e propositivo contro l’omertà”

Libertà di stampa, da Reggio un grido unitario

Michele Albanese alla XXIII Giornata mondiale della libertà di stampa a Reggio Calabria (Foto Giornalisti Italia)

REGGIO CALABRIA – Certe volte il silenzio o l’indifferenza uccidono il libero pensiero, come e più delle violenze o delle minacce palpabili: sfiancano, isolano, demotivano, portano a una resa di fatto. La Giornata mondiale della libertà di stampa, organizzata a Reggio Calabria dal sindacato calabrese dei giornalisti è stato un nuovo scossone contro questo rischio sotterraneo.
Dal 2014, attraverso una serie d’incontri e dibattiti di spessore, Carlo Parisi, segretario aggiunto della Federazione Nazionale della stampa e segretario del Sindacato giornalisti della Calabria, ha creato un argine motivazionale e propositivo a un tempo per spezzare quel tipico sostrato di superficialità, omertà e arrendevolezza che alimenta prepotenze e vessazioni contro la libera informazione.
A Reggio, uno per uno, sono emersi tutti gli ostacoli che di fatto rendono tuttora difficile se non impossibile una piena libertà di stampa, in Calabria, nel Sud, in ogni luogo, ove sussistano potentati oscuri e aziende editoriali che inseguono in realtà interessi molto diversi da quelli ufficiali e dimenticano la legalità nel rapporto lavorativo con i giornalisti, sfruttando anche la loro precarietà quale forma di pressione.
Ma oltre a mettere in luce i fenomeni “esterni” che viziano la libera informazione, anche considerando la folta presenza nel pubblico degli studenti delle superiori, si è richiamata più volte la necessità da parte di chi è giornalista o desidera diventarlo di non cedere ad alcun compromesso, di non accettare situazioni indecorose nell’inquadramento professionale.
«Il giornalismo», ha ribadito ancora una volta Parisi, «non è un hobby, è una professione, e come tale va retribuita. Non si può e non si deve lavorare senza percepire un regolare stipendio».

La Sala del Consiglio regionale della Calabria nella XXIII Giornata mondiale della libertà di stampa (Foto Giornalisti Italia)

Per chi come il sottoscritto ha vissuto assieme alla propria redazione, come direttore dell’Ora della Calabria, un’intollerabile e violenta censura, quale quella maturasi con la mancata andata in stampa del numero del quotidiano recante la notizia dell’apertura di un’indagine sul figlio del senatore Tonino Gentile, due anni fa, una simile posizione da parte del sindacato, ha costituito l’unica possibilità di difesa e di sostegno in un contesto che tende, quasi fisiologicamente a dimenticare e minimizzare obbrobri simili.
Da due anni va avanti una liquidazione societaria misteriosissima, rimasta priva di controlli nonostante i diversi appelli pubblici in questo senso, decisa dall’editore, la C&C di proprietà dei Citrigno, quando da parte degli stessi maturava un’intesa (pure questa molto misteriosa) per far trasformare in neo-editore Umberto De Rose, lo stesso stampatore delle fosche minacce che registrai nell’ormai tristemente famosa telefonata del “cinghiale ferito che poi ammazza tutti” e che aveva simulato un guasto alle rotative pur di non fare andare in edicola il giornale con la notizia sgradita (la perizia del tribunale di Cosenza ha dimostrato che la rotativa funzionava benissimo). Di fronte la resistenza di tutta la redazione e mia a questa ipotesi di “accorduni”, vennero disposte in rapida successione la nostra messa in ferie forzate e poi in cassa integrazione, la sospensione delle pubblicazioni, addirittura l’oscuramento del sito per rendere globale il bavaglio.
In un secondo momento, proseguendo la nostra protesta attraverso un blog e l’occupazione della redazione, fu cambiata addirittura la serratura di quest’ultima, senza neppure permetterci di prendere le nostre cose o visionare quanto era memorizzato sui nostri computer, il tutto con la complicità de liquidatore che cedette alle richieste, dell’ex editore, Alfredo Citrigno, recentemente premiato, e questa è una beffa, per meriti culturali, da un’associazione catanzarese, forse “distratta” o scollegata dalla realtà.

L’Intervento di Luciano Regolo alla Giornata mondiale della libertà di stampa (Giornalisti Italia)

Dopo un’unica audizione, proprio a Reggio, nel giugno 2014, la Commissione Antimafia, non ha mai risposto ai miei solleciti, ai miei appelli scritti, forse per il fatto che tra i suoi membri siede una deputata, legata da vecchia amicizia ai Citrigno, che, durante quell’unica audizione, minimizzava platealmente la nostra situazione. De Rose è stato rinviato a giudizio per violenza privata, ma il processo, per vari e strani vizi procedurali, è cominciato di fatto soltanto due anni dopo. Nell’unica udienza c’erano pochi cronisti a seguirla al Tribunale di Cosenza, molto zelanti nel chiedere delucidazioni al prestigioso avvocato che difende lo stampatore, ma che non hanno neppure chiesto al sottoscritto come stessero vivendo i giornalisti dell’Ora, che cosa facessero dopo aver subito questa vicenda. L’unica domanda rivoltami da una collega è stata: «Ti manca Cosenza?». Mi è venuto in mente ancora una volta il tassista di “Johnny Stecchino” e quell’arte sorprendente di parlare del clima e di futilità, tacendo sui veri mali e voltando le spalle alle verità più scomode e temibili.
Ho letto con occhio attonito anche il sommario di un quotidiano autorevole e storico del sud, a proposito di questo processo: “Il direttore Regolo che avrebbe registrato la telefonata minacciosa”. Un condizionale che fa male: non solo perchè tutti possono ancora sentire quella chiamata diffusa su Youtube, ma anche perchè il mio cellulare stesso fu sottoposto a una perizia della Procura di Cosenza per stabilire se ci fossero stati alterazioni o manipolazioni di qualunque tipo nella conversazione (come ipotizza la difesa di De Rose). E invece, lo sappiano una volta per sempre i “dubbiosi”, è stata ufficialmente stabilità l’originalità e integrità della registrazione.
Come se non bastasse dopo i due anni di oblio forzato Gentile che si era dovuto dimettere pochi giorni dopo la nomina a sottosegretario per il clamore mediatico sull’Oragate, è stato di nuovo nominato sottosegretario e nel settore dello sviluppo, anche questo sembra un paradosso. Continua, Tonino Gentile, parlando del caso del cinghiale, a definirsi vittima di una trappola mediatica e certa stampa compiacente gli dà agio in questo senso, ma non posso che ribadire nei suoi confronti il solito quesito: perchè non ha mai querelato per diffamazione De Rose? Perchè fu proprio lui, suo amico stretto, a usare il suo nome nei termini minacciosi che tutti conoscono, ma Gentile non ha mai neppure preso le distanze da lui. Passi che si dichiari estraneo alla vicenda (nonostante i 24 impulsi telefonici, documentati dai tabulati in possesso della magistratura, partiti dal suo cellulare verso quello di De Rose, mentre la sua linea era occupata nella conversazione che registrai la notte della censura e il venticinquesimo è un minuto dopo la fine di quella telefonata, con un dialogo effettivamente avvenuto tra lui e lo stampatore), perchè magari avevano voglia solo di raccontarsi amenità, ma un senatore della Repubblica, un uomo oggi preposto ai progetti di Sviluppo per il nostro Paese, avrebbe dovuto quanto meno stigmatizzare pubblicamente la condotta dello stampatore, cosa che, ripeto, non ha mai fatto.
È pesante vedere e vivere tutto questo. Vedere De Rose aver stampato, dopo la chiusura dell’Ora, il Garantista e poi arraffarsi gran parte del contributo pubblico ricevuto da questa testata, che ha chiuso senza retribuire, invece, gran parte dei giornalisti, di cui molti hanno condiviso con me l’orrendo “Caso Gentile”.

Anna Russo, consigliere nazionale Fnsi, interviene nella Giornata mondiale della libertà di stampa (Giornalisti Italia)

Nessuno si pone o pone domande, nessuno controlla i crediti accumulati da questo stampatore negli anni nelle varie società editoriali messe in piedi dai Citrigno. Verrebbe da arrendersi, e invece gridi unitari come quello levatosi da Reggio mostrano che c’è ancora speranza di riscossa. L’hanno mostrato le parole di Michele Albanese, che vive sottoscorta solo per aver informato con la schiena sempre dritta sui fatti criminali consumatisi nella Piana, ma anche quelle di Pietro Comito e Lucio Musolino, che hanno sottolineato la nuova arma dei cinghiali: le querele temerarie inflitte, con la complicità di editori che abbandonano i cronisti, non garantendo alcuna copertura per le spese legali. L’hanno mostrato le parole di Anna Russo, che ha evidenziato la necessità di difendere i contorni precisi della nostra professione di fronte alla tendenza dei vari blogger o di pagine Fb che spacciano come notizie false verità, rendendosi strumento di manipolazioni varie.
L’hanno mostrato le parole dei familiari dei giornalisti uccisi per aver scritto la verità (con la Giornata mondiale della libertà di stampa si è celebrata ieri a Reggio Calabria anche la Giornata della memoria dei giornalisti vittime delle mafie e del terrorismo, promossa dall’Unci). Particolarmente toccanti quelle di Fulvio Alfano, figlio di Giuseppe, eternamente fiero di un padre che non volle vendersi, né tapparsi la bocca.

Luciano Regolo

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