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Stati Generali dei pubblicisti, una passerella e un topolino

Qualcuno dava per scontata la presenza di Gianni Letta, considerata la “vicinanza” con i suoi uffici di piazza del Nazareno...ma non si è visto

Gino Falleri. Per il leader dei pubblicisti italiani gli “Stati Generali” sono stati un’inutile passerella

Gino Falleri

ROMA – Non sarebbe corretto affermare che aver organizzato gli Stati Generali dei “quadri” dei pubblicisti non sia stata una buona idea. In questi casi è il risultato quello che conta. Se l’obiettivo prefissato sia stato centrato e il messaggio recepito. Purtroppo non è stato così. Hanno solo fornito una passerella e partorito il classico topolino: la costituzione di un Osservatorio. Come se non si sapesse in quali condizioni i giornalisti pubblicisti si muovono nel mondo dell’informazione, quali i loro reali guadagni, irrisori e mortificanti, nonché le difficoltà quotidiane da superare.
La scaletta predisposta dagli organizzatori, il vice presidente dell’Ordine del Lazio e quello del Piemonte, alla loro vigilia era ben diversa da quanto è poi avvenuto nella sala Borromeo dell’Hotel Regis, compresa la sede dove dovesse aver luogo l’incontro. Dovevano essere i quadri a stabilire le iniziative da intraprendere per rispondere alle aspettative di una categoria, che, nonostante i non lusinghieri apprezzamenti, è indispensabile al mondo dell’informazione mentre la sede dell’incontro sarebbe stata messa a disposizione, senza alcun onere, dall’Associazione Amici dei Pubblicisti, guidata da Massimo Di Russo e Maurizio Pizzuto. Due “quadri” che possono anche seguire metodi diversi per realizzare obiettivi, ma non deflettono se assumono impegni.
Sede cambiata, questa la giustificazione iniziale, per agevolare la presenza di ex responsabili di governo, parlamentari e quant’altri fossero in condizione di recepire e far rimbalzare le istanze dei giornalisti pubblicisti. Non se ne sono visti. All’inizio degli Stati Generali è stato affermato che nella sala dove si erano riuniti i quadri era stato costituito nel giugno 1944 il primo governo presieduto da Ivanoe Bonomi. La storia riporta che in uno dei saloni dell’allora Grand Hotel c’era stata una riunione, presente pure McFarlane, per la costituzione del governo che sarebbe subentrato a quello del maresciallo Badoglio.
Gli Stati Generali avrebbero dovuto affrontare problemi concreti e non essere una passerella per porre in risalto meriti di qualcuno. I “quadri” dovevano affrontare, analizzare ed indicare se la proposta di riforma della legge sull’Ordinamento della professione di giornalista fosse confacente agli interessi della categoria, se le recenti iniziative adottate dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti fossero da considerare appropriate (Ricongiungimento ed Equo compenso) o invece ne occorrevano delle altre. Infine se, alla luce di taluni atteggiamenti e documenti, fosse da prendere in considerazione, sull’esempio dell’Unione Europea, la costituzione di una associazione professionale riconosciuta. Attive sono già Angpi ed Eapo&IC.
Niente di tutto questo. Non è stato nemmeno ripreso il problema della giurisprudenza del Consiglio nazionale, che privilegia l’attività senza tener conto dove questa venga svolta, e tanto meno è stata pronunciata qualche parola sui regolamenti di attuazione. I  regolamenti di attuazione, in linea generale, non possono modificare la legge e neppure entrare in contrasto con essa, né nella forma, né nella sostanza. Il 115 del 1965 è appunto un regolamento di attuazione di una legge, la 69/63. Tutor, free lance, addetti stampa non compaiono in entrambi i provvedimenti legislativi.
La legge talvolta può sembrare un optional, un freno per conseguire obiettivi. Come peraltro la Costituzione, che viene aggirata, adattata, plasmata per i  superiori interessi. E’ sufficiente dare una scorsa a “L’assedio. La Costituzione e i suoi nemici” di Michele Ainis per averne cognizione. E’ accaduto in tempi recenti con le cosiddette addizionali per venire incontro ai sindaci, che senza di esse non avrebbero potuto erogare ai cittadini quegli eccellenti servizi che tutti possono toccare con mano, mentre in quelli passati il quadro normativo, si ricordino le riforme Bassanini,  è stato tecnicamente delegificato. Norme secondarie hanno potuto modificare le preesistenti norme primarie.
La sovranità è del popolo afferma la Costituzione, ma il legislatore, per il nostro bene, si arroga il diritto di modificare, anche quelli acquisiti. Lo stanno scoprendo giorno dopo giorno i contribuenti grazie alla gragnola di tasse, imposte, accise ed addizionali che Mario Monti, Enrico Letta ed ora Matteo Renzi, il nuovo, hanno imposto e stanno imponendo. Quest’ultimo ha affermato all’assemblea del partito socialista europeo che i conti pubblici debbono essere in ordine per i nostri figli. L’esempio lo debbono dare i cosiddetti rappresentanti del popolo. Sono loro che per primi debbono sopportare i sacrifici imposti dalle regole di bilancio.
Ritorniamo agli Stati Generali e a quella specie di adagio che sostiene che i pubblicisti tolgono il lavoro ai professionisti. Senza i pubblicisti i giornali sarebbero scarsi di informazioni e tanti saluti al diritto di essere informati. Sono il tessuto connettivo del mondo dell’informazione. E di grandi pubblicisti ce ne è stato più di uno. Si ricordino, tanto per citare alcuni nomi, Giuseppe Prezzolini, Piero Bargellini, Augusto Guerriero, Ugo Grozio, Jean Bodin, Rousseau e Jeremy Benthan, il padre della deontologia.
E’ vero, c’è stata passerella. Qualcuno ha fatto ricordare Fedro e qualcun altro era fuori. Comunque ci sono pure stati interventi di peso. Da ricordare quelli del presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, sempre attento alle modificazioni della professione, di Attilio Raimondi, che molto ha dato alla categoria con la sua esperienza, e di Salvatore Campitiello, che, oltre a portare i saluti di Mimmo Falco, ha sottolineato la necessità di far sentire nelle competenti sedi politiche la voce dei pubblicisti.
Dare una risposta a quanto affermano taluni professionisti sulla rete, vedi Pino Rea, Paolo Serventi Longhi ed altri, sull’ipotesi di un ricorso al Tar, o al giudice ordinario, per l’ultimo concorso bandito dalla Rai per l’assunzione di 100 giornalisti professionisti. Ingenerosi? Per poter ricevere i suoi programmi occorre corrispondere la tassa di possesso. La Rai di chi è? Dello Stato o di un privato? Quando si pagano le tasse l’articolo 3 della Costituzione dovrebbe avere un suo valore. Si potrebbe anche ipotizzare un riserva per i full time. Da non dimenticare infine che non c’è nessun esame di stato, ma solo di idoneità professionale dinnanzi ad una commissione interna. Tutto dentro le mura domestiche.
Nel corso dell’incontro è stato pure affermato che i pubblicisti non sempre sono solidali tra di loro mentre dovrebbero tendere ad una più stretta unione. Gli Stati Generali dei “quadri” hanno comunque rimarcato che i brocardi ed i proverbi sono la saggezza della gente.
Gino Falleri