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Andriolo: “Togliamo l’Inpgi dalle mani della burocrazia”

Maurizio Andriolo

MILANO – 600 giornalisti in meno di quelli che, solitamente affluiscono al seggio elettorale hanno votato per i delegati all’assemblea della Casagit. E, poiché anche la volta precedente c’era stata un’affluenza di votanti di molto inferiore alle medie, e, siccome anche alle recenti elezioni dell’Ordine c’è stato un sensibile calo degli elettori, e, poiché questo stillicidio dura da troppo tempo, c’è da riflettere sulla situazione complessiva del nostro sindacato e di tutti gli Enti connessi.
Di questo passo pochissimi saranno gli eletti veramente rappresentativi. Un’endemia? Mancanza di comunicazioni? Propaganda inadatta? Credibilità o sfiducia? In questi giorni si sono riunite diverse associazioni, ma per stabilire, in via prudenziale e non solo, di votare per il rinnovo degli organismi sindacali fra qualche anno.
Certo non è soddisfacente essere eletti col 90%(!…) sapendo che i votanti sono solo il 10% degli aventi diritto. Mal si coniuga la smania di correnti e ”correntine” che si auto incensano per aver fatto un presunto “pieno” alle elezioni.
Maggioranze precostituite non sono democrazia. Liste “civetta” idem. Cancellare minoranze e opposizioni ricorda infausti momenti. E poi come si scelgono i candidati, che talvolta si presentano per due o tre incarichi? Per meriti, per capacità, per censo, per obbedienza? Certamente per il “posticino”.
Taluni parlavano e parlano di cambiamento, ma, conclusa la cafonata della “rottamazione” presentano tra i candidati anche amici e parenti. Giustamente qualcuno afferma che, come avviene nel paese, bisogna cambiare. Organizzazioni, strutture, impiego delle risorse, snellimento burocratico, ecc …ecc…
Noi pretendiamo di insegnarlo alla casta. E noi? Ci sono regole e concetti da approfondire e cambiare: una chiara distinzione che libertà di informare non è uguale a libertà di opinione, che chi vuole diventare giornalista non è un precario, che il giornalista non è un operatore…dell’informazione.
Il contratto nazionale di lavoro, che in questi giorni, ma non si sa fino a che punto, sarebbe  in discussione, è talmente vetusto da apparire sbrindellato. Il nostro “mondo” è cambiato, ma noi continuiamo a non individuare la figura del giornalista. Crediamo di creare il futuro parlando di tecnologie avanzate.
Il contratto nazionale di lavoro non regge più a fronte degli sviluppi regionali. L’universo dell’informazione non prescrive che il sindacato cooperi con gli editori per fare ottenere le cosiddette previdenze, con gli editori che ci restituiscono il favore licenziando e pensionando.
I pensionati sono stanchi di essere considerati merce in disuso. C’è bisogno di un nuovo welfare nella situazione economica attuale e nell’ambito dell’allungamento dell’età della vita. Non si devono mettere in seconda fila il problema della defiscalizzazione e la questione del fondo perequativo.
Una riorganizzazione e uno snellimento burocratico devono essere fatti all’Inpgi. Un nuovo statuto deve prevedere un alleggerimento della popolazione che, tra assemblee, commissioni di lavoro ecc… grava numericamente sull’Istituto. La situazione dell’Inpgi è delicatissima, soprattutto per la diminuzione dei contributi. Bisogna attivare e potenziare altre fonti, valorizzare la presenza tra i centri nazionali. Non possiamo solo illuderci del beneplacito ministeriale perché l’Istituto tiri a campare fino all’anno ’50.