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Cassazione: vignette come un editoriale

ROMA – Anche una vignetta satirica, se contiene un errore, può essere al centro di un processo per diffamazione: per la sua “capacità di suscitare l’attenzione dei lettori” ha, infatti, un “valore quasi pari a un editoriale”. Lo sostiene la Cassazione, che ha annullato, ai soli effetti civili, con rinvio al giudice del merito, la sentenza con cui la Corte d’appello di Roma ha assolto “perchè il fatto non costituisce reato” Tullio Altan Francesco, autore di una vignetta, riguardante Silvio Berlusconi, pubblicata su “La Repubblica” il 26 ottobre 2001, e il direttore del quotidiano Ezio Mauro, accusati rispettivamente di diffamazione e omesso controllo.
Il processo, dal punto di vista penale, si è chiuso con l’assoluzione, poichè la sentenza d’appello è stata impugnata dalla sola parte civile Mediaset e si dovrà ora valutare il risarcimento danni.
Nella vignetta in questione “era evidente il riferimento – ricordano gli ‘ermellini’ ricostruendo il fatto – sulla sentenza della Cassazione relativa al processo per le tangenti ‘videotime’, che aveva confermato la condanna della Fininvest e assolto Silvio Berlusconi, il quale aveva dichiarato di aspettarsi che la stampa gli restituisse la sua onorabilità”.
Nella vignetta, però, si parlava di “Mediaset” e non di “Fininvest”: tale errore non era sembrato rilevante ai giudici d’appello che avevano rilevato come “oggetto della satira era Silvio Berlusconi e non una delle due società”, escludendo che, nella condotta degli imputati “fosse ravvisabile il dolo”, così come la colpa, trattandosi, a loro parere “di una vera e propria mancanza di coscienza e volontà, versandosi in una sorta di caso fortuito, anzi di forza maggiore, non essendovi alcun mezzo psicologico o materiale per evitare il lapsus in questione”.
Il processo, dal punto di vista penale, si è chiuso con l’assoluzione, poichè la sentenza d’appello è stata impugnata dalla sola parte civile Mediaset e si dovrà ora valutare il risarcimento danni. Nella vignetta in questione “era evidente il riferimento – ricordano gli ‘ermellini’ ricostruendo il fatto – sulla sentenza della Cassazione relativa al processo per le tangenti ‘videotime’, che aveva confermato la condanna della Fininvest e assolto Silvio Berlusconi, il quale aveva dichiarato di aspettarsi che la stampa gli restituisse la sua onorabilità”.
Nella vignetta, però, si parlava di “Mediaset” e non di “Fininvest”: tale errore non era sembrato rilevante ai giudici d’appello che avevano rilevato come “oggetto della satira era Silvio Berlusconi e non una delle due società”, escludendo che, nella condotta degli imputati “fosse ravvisabile il dolo”, così come la colpa, trattandosi, a loro parere “di una vera e propria mancanza di coscienza e volontà, versandosi in una sorta di caso fortuito, anzi di forza maggiore, non essendovi alcun mezzo psicologico o materiale per evitare il lapsus in questione”.