Estrosa e provocatoria, scriveva per “Vogue” ed è stata un’icona dell’irriverenza estetica. Aveva 81 anni

Anna Piaggi, la moda perde la giornalista più eccentrica

Anna Piaggi

Anna Piaggi

MILANO – Il mondo della moda perde uno dei suoi personaggi più eccentrici. All’età di 81 anni, si è spenta Anna Piaggi, giornalista e scrittrice, grande collezionista. Milanese, vedova del fotografo Alfa Castaldi, la Piaggi scriveva per Vogue dove aveva lanciato una celebre rubrica (“D.P., Doppie pagine di Anna Piaggi”).
Personaggio estroso e provocatorio, è stata un’icona dell’irriverenza estetica e una delle narratrici più eccentriche e originali del fashion system.
Prima di lavorare come giornalista, fu traduttrice per la casa editrice Arnoldo Mondadori Editore. Si sposò con il fotografo italiano Alfa Castaldi, a New York nel 1962, rimanendo vedova nel 1995. Lavorò anche per altri giornali come l’Espresso e Panorama. Ispirò lo stilista Karl Lagerfeld che le dedicò il volume Anna-cronique del 1986 (la stessa Piaggi collaborò alla stesura del libro).
Nelle sue opere come scrittrice Anna Piaggi viene paragonata a Ruth Rendell per i suoi intrecci: “Fashion Algebra”, 1999; “Doppie pagine di Anna Piaggi in Vogue”, 1998. (GC)
Brillante, spudorata, competente e con un occhio sempre attento al nuovo, la Piaggi non parlava solo di moda, ma la raccontava con senso critico e lucidità, insegnando a vedere oltre le tendenze e il glamour fine a se stesso.
È stata la prima a rilanciare il vintage, definendo con questo termine uno stile e rendendo chic indossare degli abiti usati (e vecchi), a dimostrazione di quanta consapevolezza e fantasia ci fosse nella sua penna. Il nome della Piaggi, in questo triste martedì di agosto, tuona in tutto il mondo della moda, perché non c’era stilista, modella o addetto ai lavori che non la conoscesse. Che non leggesse con cura le sue critiche o aspettasse un suo giudizio, dopo la sfilata. Pensate che Karl Lagerfeld, nel 1986, le dedicò il volume Anna-cronique del 1986.
Anna Piaggi era più di una giornalista, era la memoria storica di un’industria che ha fatto grande il nostro Paese. Pensate che adorava così tanto i vestiti, che li collezionava come opere d’arte: ne aveva più di 2800 e ovviamente non le mancavano le scarpe (265 paia). La sua collezione è anche stata protagonista di una mostra molto interessante al Victoria and Albert Museum di Londra nel 2006. Con lei, oggi, se ne va un pezzetto di questo mondo pazzesco, nevrotico, fatto di luci e paillettes, fatto di sogni e di speranze, fatto di ricordi e ma anche di futuro. Per lei, oggi, la moda piange. (TMNews)

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