
I lavori del convegno nella sala “Walter Tobagi” della Fnsi

Franco Siddi
ROMA – “Intimidazioni e restrizioni dei regimi, ostacoli illegali alla libertà di espressione, cardine dei Diritti dell’Uomo, limitazioni delle libertà civili, nella stagione della “Primavera” delle rivolte arabe, nel tempo dell’informazione in rete possono essere vinte, o comunque messe in crisi attraverso una cooperazione, anche indiretta, tra vecchi e nuovi media.
Il giornalismo esce dall’ombra del terrore dei regimi autoritari e delle dittature, dalle interferenze improprie, dalle minacce del terrorismo e dalle mafie se e quando riesce ad utilizzare in maniera consapevole, competente e attiva, tutte le opportunità della comunicazione moderna. E a questo scopo è sempre importante lo sforzo dei gruppi organizzati, a cominciare dai sindacati professionali, che fanno allo stesso tempo rete di solidarietà e informazione credibile.
E’ questa la lezione più chiara emersa dal confronto internazionale a più voci che la Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha tenuto, a Roma, in linea con i programmi della Federazione Internazionale dei Giornalisti (Ifj), per celebrare la giornata mondiale per la libertà di stampa proclamata dall’Unesco.
L’incontro, che si è svolto nella sede della Fnsi, è stato animato da voci qualificate del giornalismo italiano e del Nord Africa e da studiosi che hanno compiuto una riflessione orientata a un nuovo impegno professionale di collaborazione dei giornalisti del Mediterraneo, partendo dalle criticità e dalle opportunità offerte dalla stagione di rinnovamento, drammatica ed esaltante, che stanno vivendo i Paesi della sponda sud del Mare Nostrum.
Ai lavori, aperti dal segretario generale della Fnsi, Franco Siddi, e conclusi dal presidente, Roberto Natale, sono intervenuti: la giornalista tunisina Nabila Zayati (Ansamed) e i suoi connazionali Faouzi Ezzeddine (direttore di Hannibal, la principale tv privata di Tunisi) e Sofien Rejeb (responsabile esteri del Sindacato dei Giornalisti Tunisino); il giornalista libico Farid Adly (freelance e collaboratore del Corriere della Sera); il collega egiziano Mahdi El-Nemr (vicepresidente della stampa estera in Italia).
Con loro alcuni colleghi italiani che in queste settimane hanno seguìto come inviati le vicende nordafricane: Mimmo Càndito (La Stampa, nonché presidente di Reportér sans Frontiéres, Italia), Antonio Ferrari (Il Corriere della Sera), Duilio Giammaria (Tg1) e Vincenzo Nigro (La Repubblica).
Il confronto è stato arricchito da un’analisi del professor Augusto Valeriani (docente di media e politica internazionale all’Università di Bologna), per il quale la “Primavera Araba” è sicuramente “la prima rivoluzione 2.0, nel senso che la rete fa funzionare unioni di per sé deboli, inducendo una cooperazione tra soggetti e strumenti diversi tra professionisti e non dell’informazione. Non siamo in presenza della rivoluzione difacebook o delle piazze ma di un insieme di blogger che avevano imparato a comunicare tra loro per comuni interessi, sin da prima, di Al Jazeera e dei movimenti. La collaborazione tra questi soggetti è l’elemento delle rivoluzioni nord africane e rappresenta il futuro della libertà di informazione”.
La forza della nuova comunicazione, all’indomani dell’uccisione di Bin Laden, rende ancora più evidente, per il segretario della Fnsi, Franco Siddi, un concetto: “La conoscenza crea nuovi soggetti e rompe il preteso rapporto tra elites terroristiche e masse arabe. I giovani diventano protagonisti di una rivolta per il lavoro la libertà e i diritti ben oltre gli antichi riferimenti di lotta intorno alla condizione religiosa, o peggio basate sui fondamentalismi religiosi e da qui sul ricatto del terrore. Nelle rivolte arabe questo fattore non c’è o comunque è secondario. Si apre il circuito per una stagione di globalizzazione della democrazia attraverso la conoscenza e l’informazione, verso nuovi equilibri. Agli Stati è chiesto di sostenere i passaggi democratici e le aperture alla libertà di informazione perché il vento del cambiamento produca giustizia sociale e democrazia. E’ quanto sta facendo la Fnsi incoraggiando e promuovendo progetti di cooperazione per un giornalismo professionale indipendente che viva nella sicurezza arricchendosi nel dialogo, del confronto delle diversità. In questo senso è di attualità la Carta di Cagliari dei Giornalisti del Mediterraneo, siglata un anno fa, per promuovere il dialogo e la solidarietà, nel rispetto delle diversità”.
Per il presidente della Fnsi, Roberto Natale, si tratta “di guardare alle vicende del Nord Africa considerandole come il Risorgimento dei Paesi arabi, secondo la bella espressione usata dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Vicende esaltanti che dovrebbero indurre ad una considerazione più ottimistica sul ruolo dei giornalisti: lo straordinario apporto che viene dall’informazione alle speranze di libertà di quei popoli è la dimostrazione del ruolo civile che i media possono svolgere, se vogliono”.
Dal dibattito è emerso che le rivolte delle piazze, della gente comune, dei blog e dei social network hanno anche “spiazzato” i media tradizionali ma “l’informazione è tornata, nel complesso, al centro dell’attenzione come bene pubblico da proteggere” (Natale). “Il giornalismo italiano è in ritardo, storicamente, rispetto a tutti i problemi che vanno oltre l’uscio di casa: dovrebbe uscire, aprire la porta, confrontarsi con il mondo arabo”, ha affermato Mahdi El-Nemr.
“Il segnale più forte del cambiamento in Tunisia è che oggi il numero dei giornali è cresciuto insieme con il coraggio e la voglia di libertà e la concorrenza tra testate. Perdono peso gli organismi di controllo sui media e i giornalisti veri emergono; durante i 23 anni di Ben Alì lo spazio era solo per i giornalisti megafono della dittatura e di fatto il giornalista era o un bugiardo o uno che pensava ai suoi affari”, ha detto Faouzi Ezzeddine, che ha subito messo in guardia dai nuovi rischi: “oggi non c’è paura per scrivere ma il coraggio della libertà va applicato per far parlare le notizie e far emergere le opinioni, senza vendersi ad alcuno. Ma non è facile. Non si può pensare che se si manca ad un evento di uno dei 65 partiti politici si manchi di fare il proprio dovere. C’è un rischio incomprensione e una necessità di riorganizzare tutto il sistema entro i canoni della libertà e dell’indipendenza professionale”.
Per questo gli ha fatto eco Sofien Rejeb: “è importante ritrovare subito la forza espressiva e riconoscere il valore della rappresentanza di soggetti organizzati come il Sindacato dei Giornalisti, dandogli forza e fiducia, anche nella memoria dei patimenti e delle repressioni subite ai tempi di Ben Alì”.
Nabyla Zayati ha aperto i riflettori sulla influenza degli strumenti di informazione globale, sui sogni che vendono le televisioni: “Qui scoppia il dramma degli emigrati che Lampedusa non può contenere eppure riceve con nobiltà di gesti e di comprensione. Ma molti immigrati partono abbagliati dai sogni del racconto della televisione italiana. Serve raccontare con onestà, in ogni Paese, soprattutto con i mezzi come quello televisivo che possono bucare più facilmente le frontiere, raggiungendo un pubblico di massa la realtà più viva delle condizioni che contraddistinguono l’immagine di ogni Nazione. In Tunisia dall’Italia, via Rai 1 e Italia 1, arrivano notizie e immagini di un Paese delle meraviglie e non anche di una realtà del lavoro difficile e precaria. Il Governo tunisino attuale dà visibilità solo a certe notizie sul’accordo Roma Tunisi ma poco o niente sulle risorse che tale accordo mette a disposizione per creare lavoro in Tunisia. Ecco perché occorre che nell’ambito della cooperazione Euromediterranea si realizzi un piano di collaborazione dei media”.
Per Mimmo Càndito, “oggi il controllo dell’informazione passa sulle onde hertziane e occorre porre sempre più attenzione al governo di questi strumenti, avendo però chiaro che il giornalismo deve sapere interagire con tutti i protagonisti del nuovo mondo dell’informazione e che allo stesso tempo gli è chiesto però di comporre l’identità della realtà. Si tratta di individuare forme nuove nella ricostruzione dei fatti e di porre sempre più attenzione a quanto accade nelle società in evoluzione ma anche nelle società democratiche dove l’informazione subisce restrizioni diverse. La libertà di stampa è minacciata da troppi predatori dai regimi come dalle mafie. Oggi seguire con rigore quanto accade non è semplice né sempre adeguatamente supportato dalle imprese giornalistiche. In Libia per esempio vi è un fatto rilevante che, più della spettacolarizzazione televisiva dei bombardamenti, vive della condizione dello Stato nascente”.
Per Duilio Giammaria occorre perciò, “gettare le basi per uno spazio comune di lavoro fruttuoso. La Rai solo ora scopre che può rispolverare il progetto di “Raimed”. Paradossalmente sulle vicende africane possiamo lavorare meglio perché in Italia non c’è un pensiero unico fondato su questo tema. Il problema è però che spesso mancano “i fondamentali”. E’ tempo di fare massa critica sull’informazione internazionale e dalle aree di crisi. Il lavoro del Sindacato è rilevante e rappresenta una opportunità.
Sullo stessa lunghezza d’onda Farid Adly, per il quale “è necessario collaborare per formare i giornalisti liberi. Ma occorre tener conto di quali siano realtà per realtà i mezzi più efficaci. In Libia, per esempio, il sistema più diffuso, la fonte primaria, è la radio. Quando la Libia sarà liberà, ci sarà un grande lavoro in comune da mettere in campo.
Per Vincenzo Nigro è indispensabile risintonizzare i media sulla capacità di comprendere i fenomeni complessi e rappresentare la globalizzazione per quello che è. La Primavera Araba non ci ha scosso abbastanza dalla nostra complessiva tendenza a rinchiuderci in un sistema autoreferenziale. Parliamo poco delle mondo mentre serve conoscenza, che sarebbe utile anche alle nostre leadership politiche. Non è solo o tanto una questione di solidarietà ma dei nostri interessi nazionali. E’ assurdo, per esempio, che delle questioni francesi sui nostri giornali parliamo solo di Carla Sarkozy.
Per Antonio Ferrari “da oggi abbiamo meno terrore. Ma si è fatta troppa propaganda e invece non bisogna diventare gazzettieri per servire il principe tiranno. La forza della blogosfera ormai è tale che fa subito giustizia di questa forma di informazione che tale non è. Dobbiamo dare la luce giusta alle rivolte e ai cambiamenti stando attenti a tutto ciò che si muove nei nuovi canali della comunicazione. Al giornalista spetta capire per affrontare con prudenza ma con realismo anche le cose belle come i mutamenti. Dobbiamo perciò operare per un giornalismo sempre credibile”.
L’incontro di Roma, rilanciando la Carta di Cagliari su “Sicurezza, diversità e dialogo, per costruire la fiducia nel giornalismo Mediterraneo”, diventa una tappa di un lavoro della Fnsi, che proseguirà con la Ifj e con le organizzazioni dei giornalisti della regione, per far avanzare nuove forme di dialogo a tutti i livelli, al fine di promuovere la reciproca comprensione e la cooperazione tra i giornalisti che lavorano in zone di conflitto o in aree ancora divise per ragioni politiche.
















