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Minacciò i giornalisti a San Luca, condannato

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A sinistra: la foto simbolo contro l’omertà, scattata ai funerali di Padre Puglisi, il 17 settembre 1993 a Palermo (Shobha/Contrasto); a destra: la giornalista Alessia Candito, impegnata a raccontare la Calabria criminale

ROMA – «Non tornate più a San Luca o non uscite vivi da qua»: queste le parole con cui Antonio Callipari, arrestato circa un anno fa da latitante, aveva minacciato la troupe del programma di Rai 3 “Presa diretta”, composta dal giornalista Danilo Procaccianti e dal videoperatore Fabrizio Lazzaretti, ed Alessia Candito, collaboratrice del quotidiano la Repubblica, che stavano lavorando a San Luca, il piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, noto, purtroppo, alle cronache per la massiccia presenza della ‘ndrangheta. Ed è anche per le minacce rivolte ai giornalisti che – spiega la Repubblica nel dare la notizia – che il 25enne, accusato di essere a capo di una rete di narcotraffico fra Milano e la Lombardia, è stato condannato.
Il tribunale di Locri ha deciso per lui una pena di un anno, un mese e e dieci giorni per le pesanti minacce – riporta il quotidiano targato Gedi – con cui ha tentato di obbligare una troupe di Presa Diretta a cancellare quanto girato nella “sua” San Luca.
Un episodio che risale al maggio 2017: al termine di una giornata di lavoro, quando stavano lasciando il paese, i tre cronisti sono stati raggiunti e bloccati da Callipari ed altri, che hanno intimato loro di spegnere le telecamere e cancellare il girato.
Ed è grazie anche alla collaborazione dei giornalisti che i carabinieri hanno identificato l’autore delle minacce, arrivando, così, al processo che ha visto la condanna di Callipari.
«Un segnale importantissimo quello lanciato dal tribunale di Locri – commenta Carlo Parisi, segretario generale aggiunto della Federazione nazionale della stampa e segretario del Sindacato Giornalisti della Calabria – che ha condannato, grazie alle indagini svolte dai carabinieri con il supporto dei giornalisti coinvolti nella vicenda, l’autore di un’intimidazione grave e preoccupante ai danni di chi, in Calabria come altrove, cerca di fare al meglio il proprio lavoro».
«Il fatto che si sia arrivati in tempi così rapidi – incalza Parisi – alla condanna di chi, ancora una volta, ha cercato di chiudere la bocca ai cronisti e lo ha fatto attraverso minacce a dir poco pesanti, in una terra in cui c’è bisogno di cercare e raccontare la verità, nonostante la paura, ci porta a credere in una collaborazione sempre più stretta e proficua tra gli operatori dell’informazione, le forze dell’ordine e la magistratura. In Calabria, ma non solo, quando si tratta, nel rispetto dei propri ruoli, di fare fronte comune in nome della giustizia e della legalità». (giornalistitalia.it [2])