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Se un giornalista non conosce la geografia

[1]COSENZA – Se la geometria non è un reato (per dirla come Renato Zero), la geografia (anzi la mancata conoscenza di quest’ultima), dovrebbe esserlo. Sta scatenando un putiferio l’articolo uscito sul quotidiano “Alto Adige” relativo alla partita di calcio fra la squadra trentina del Sudtirol ed i calabresi del Cosenza, che questa sera, a Bolzano, si affronteranno nella gara di andata dei playoff di Lega Pro. Ritorno previsto al San Vito di Cosenza domenica 10. Ma qual è il motivo della rabbia, e anche dell’ironia social, scatenata dalle parole scritte da Valentino Beccari?
Il giornalista, nel suo articolo che fa il punto sullo stato di forma dei giocatori del Sudtirol, si lascia andare a commenti troppo personali sul Cosenza e sulla collocazione geografica della città dei bruzi.
«Il Cosenza – scrive Beccari sull’Alto Adige – non è squadra composta da ex studenti di Oxford ma da giocatori che sanno muoversi nei territori sconnessi e rudi dell’Aspromonte dove le buone maniere non sono proprio di moda. Insomma, c’è da giurarci che il Cosenza la metterà sul piano fisico e in tal senso non agevola giocare la prima in casa».
Beccari è riuscito, in un solo colpo, ad offendere gli abitanti del territorio di Cosenza (che sta ai piedi di una montagna sì, ma della Sila…), quelli del Reggino (dominato dall’Aspromonte) e i calabresi in generale che, secondo l’autore, si muovono in luoghi «dove le buone maniere non sono proprio di moda». Una serie di luoghi comuni messi, uno dietro l’altro, che non rendono onore al popolo del Trentino Alto Adige, a quello calabrese e a tutti gli sportivi che si stanno giocando la finale per accedere alla Serie B.
L’articolo, oltre ad aver scatenato rabbia per quelle che appaiono come delle vere e proprie offese, ha catturato l’attenzione dei social e qualche reazione ironica. Fra i primi a diffondere l’articolo, la giornalista calabrese Iole Perito che, prima di essere portavoce del sindaco di Cosenza, è stata capo ufficio stampa del Cosenza Calcio, dopo aver fatto della cronaca sportiva una delle caratteristiche principali della sua attività giornalistica. La “rivolta”, dunque, è stata guidata da una donna, l’unico stereotipo che Beccari non ha utilizzato nel suo infelice articolo: quello sulle donne calabresi, tutte vestite di nero, chiuse in casa a fare la calzetta. (giornalistitalia.it) [2]