Anno VIII numero
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Piero Citrigno 4 anni, Fausto Aquino 2, Rosanna Grillo 1, Tommaso Funari 10 mesi

Calabria Ora, editori condannati per bancarotta

Piero Citrigno condannato a 4 anni di reclusione per bancarotta preferenziale

COSENZA – Il nome di Calabria Ora continua a riecheggiare nelle aule dei tribunali. È arrivata la condanna per bancarotta preferenziale nei confronti degli editori del giornale. Quattro anni di reclusione sono stati inflitti a Piero Citrigno per il reato di bancarotta preferenziale, ma è stato assolto, così come tutti gli altri imputati, da quello di bancarotta per distrazione. È stato, inoltre, condannato alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni. Condannato anche il co-fondatore di Calabria Ora, Fausto Aquino. Per lui la pena inflitta dal Collegio giudicante (Enrico di Dedda presidente, Claudia Pingitore a latere, Manuela Gallo componente) è di due anni di reclusione (pena sospesa). Condannati anche gli ex amministratori Rosanna Grillo ad un anno (pena sospesa) e Tommaso Funari a dieci mesi (pena sospesa). È stato, invece, assolto per non aver commesso il fatto Massimo Zimbo.
Citrigno, Aquino, Grillo e Funari dovranno, inoltre, risarcire in separata sede le parti civili, nonché pagare le spese di giudizio sostenute dalle stesse nella misura di 2200 euro ciascuna, oltre al rimborso delle spese.
Tra novanta giorni si potranno leggere le motivazioni della sentenza. Il pubblico ministero del Tribunale di Cosenza, Giuseppe Cozzolino, aveva chiesto la condanna per tutti gli imputati che sono coinvolti nel processo che riguarda le responsabilità penali nella bancarotta preferenziale delle società che, negli anni, hanno editato il quotidiano regionale Calabria Ora.
Il pubblico ministero aveva chiesto 3 anni e 6 mesi di reclusione per Piero Citrigno (pena che il giudice ha, invece, aumentato a 4 anni), 2 anni per Fausto Aquino, 2 anni e 6 mesi per Tommaso Funari, 1 anno per Massimo Zimbo e 1 anno per Rosanna Grillo.
Nel corso delle udienze, così come durante le indagini, gli inquirenti hanno ascoltato tutti i giornalisti di Calabria Ora. Il pm Cozzolino, nella requisitoria ha sottolineato come le società Cec e Paese Sera (editrici del quotidiano regionale calabrese) siano state gestite in maniera da favorire non i creditori privilegiati secondo la legge, bensì le società scelte da Citrigno, Aquino e gli altri.
Cozzolino, sempre nella requisitoria, ha detto che «la Cec proprio prima di fallire ha liquidato nei confronti dello stampatore Umberto De Rose 500mila euro. Tutto a scapito dei confronti dello Stato e degli enti previdenziali che negli anni avevano accumulato debiti che in fin dei conti hanno superato il milione di euro». Proprio il trasferimento del debito con lo stampatore De Rose da una società all’altra ha dimostrato, secondo l’impianto accusatorio del pm, la volontà di tutelare questo a scapito di tutti gli altri creditori. Giornalisti compresi.

E L’ORA DELLA CALABRIA ? 

I giornalisti che hanno sfilato in tribunale, o almeno quasi tutti, attendono intanto il fallimento del Gruppo editoriale C&C di Alfredo Citrigno, figlio di Pietro, subentrato al padre nel mondo dell’editoria. Nell’estate 2013 Calabria Ora diventa L’Ora della Calabria e, fino a dicembre, sarà diretta ancora da Piero Sansonetti. Poi, al suo posto, arriverà Luciano Regolo protagonista del famoso “Oragate” con la rotativa bloccata da De Rose e la telefonata del «cinghiale ferito che ammazza tutti», per non fare uscire in edicola il giornale con la notizia dell’inchiesta nei confronti del figlio del senatore Tonino Gentile, Andrea. Inchiesta che poi vedrà cadere tutte le accuse nei confronti di Andrea Gentile. Il giornale venne chiuso dal Gruppo editoriale C&C e mandato in liquidazione con il liquidatore Giuseppe Bilotta.
Dal 2014 ad oggi non è, dunque, arrivato il fallimento per una società che non ha sufficiente liquidità in cassa per pagare i giornalisti e tutti gli altri creditori e che, da aprile dello stesso anno, non è mai più uscito in edicola, quindi non ha potuto incassare nulla. Udienze in tribunale e ripetute richieste di concordato da parte della società tengono in vita la società editrice di un giornale, morto da quasi quattro anni, che non ha ancora versato un solo centesimo nelle tasche dei giornalisti che hanno perso il lavoro. (giornalistitalia.it)

Francesco Cangemi

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