Anno VIII numero
Agenda2017
Manifesto
Convenzioni
Contratti

Modulistica e Informazioni

Modulistica
Modulistica
Modulistica
Modulistica
Varie
Agenda2017

In un documento inedito pubblicato in esclusiva da Giornalistitalia.it la visione della mistica sui rischi futuri della Fondazione

Il Cielo mise in guardia Natuzza dal vescovo

Natuzza Evolo e l’inizio della lettera pubblicata in esclusiva da Giornalistitalia.it che ha immortalato il messaggio ricevuto 20 anni fa dalla mistica di Paravati sui tristi eventi che la Fondazione da lei voluta sta vivendo oggi a causa delle scelte di mons. Renzo

PARAVATI DI MILETO (Vibo Valentia) – Incredibile, ma vero: esattamente 20 anni fa, in un dialogo ultraterreno, qualcuno avvertì la mistica calabrese Natuzza Evolo che la Fondazione che stava nascendo al posto della precedente Associazione, per eseguire quanto chiesto dalla Madonna alla stessa Natuzza, avrebbe dovuto ben precisare tale ruolo di messaggera celeste nello Statuto e blindare quest’ultimo perché non fosse soggetto ai diversi umori dei vescovi che si sarebbero succeduti alla guida della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea.
Una “profezia” impressionante se si considerano le tensioni che hanno preso corpo di recente tra i soci fondatori della Fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime (Cimra) e l’attuale vescovo, monsignor Luigi Renzo che, lo scorso 1° agosto, ha emesso un decreto col quale revoca il riconoscimento dell’ente, avvenuto nel 1999 per mano di monsignor Domenico Tarcisio Cortese, suo predecessore, e vieta ogni attività di culto e persino la conservazione del Santissimo Sacramento all’interno della Villa della Gioia, il complesso assistenziale attorno alla grande chiesa, eretto nella spianata di Paravati, grazie alla generosità di migliaia di devoti, secondo una richiesta fatta dalla Vergine Maria alla mistica già nel lontano 1944.
E lo stupore diventa paradosso nel constatare che l’entità apparsa a Natuzza nel 1997 per metterla in guardia dai rischi del futuro era, per singolare coincidenza, monsignor Pasquale Colloca (1812-1901), figura religiosa di spicco nella Calabria a cavallo tra il XIX e il XX secolo, già arcidiacono a Mileto agli sgoccioli dell’Ottocento, nonché avo di quell’avvocato Marcello Colloca, facente funzione di presidente della Fondazione, dopo che Renzo ha costretto alle dimissioni don Pasquale Barone, l’ex parroco di Paravati e per oltre un ventennio direttore spirituale della Evolo.
Marcello Colloca, tra i soli sei soci fondatori che hanno approvato le modifiche statutarie pretese da Renzo, respinte invece con 116 no dall’assemblea plenaria dello scorso 22 luglio che ha scatenato l’ira del vescovo, è finito fra l’altro nel ciclone per la sua dichiarata appartenenza alla massoneria, esibita persino in interviste tv, sebbene invocando la riservatezza sulle modalità dei riti iniziatici, affiliazione che è esplicitamente vietata ai cattolici dalla dottrina.

Luciano Regolo

Ma procediamo con ordine: la visione d’allerta che ebbe Natuzza risulta da un documento inedito che Giornalistitalia.it pubblica in esclusiva. È uno scritto della compianta Annamaria Nicolace, terzogenita della Evolo, scomparsa un biennio fa, che scrisse, com’era solita, quanto le dettò la madre, che, del tutto analfabeta, si affidava a lei e all’altra figlia, Angela, perché prendessero nota di quanto le veniva comunicato durante i suoi dialoghi ultraterreni. Si tratta di due fogli vergati a mano sui quali si legge:
«Mons. Colloca: “Quando avete fatto lo Statuto dell’Associazione (nata nell’87 e vent’anni dopo sostitutita dall’omonima Fondazione, ndr) non avete interpellato chi ne sa più di voi. Lei (Natuzza, ndr) non è come la chiamate voi, l’ispiratrice, ma è la messaggera.
Modificate lo statuto se non volete qualche giorno brutte sorprese! Per il momento avete il nostro vescovo (Cortese, ndr) dalla vostra parte, ma se ha una promozione e verrà un altro che la pensa in modo diverso? Finché don Pasquale (Barone, ndr) vive ed è efficiente sarà lui il Presidente dell’Associazione perché avete fiducia e stima. Se ci sarà un cambiamento per don Pasquale, il nuovo Presidente dev’essere eletto da tutti i soci.
Può essere un prete, come può essere un laico degno e competente, perché se è sempre il parroco di Paravati (come prevedeva la bozza originaria dello Statuto, ndr) questo potrebbe pensarla diversamente. Il Consiglio deve essere ingrandito almeno a sette membri e le votazioni devono essere fatte per iscritto in segreto e non ad alzata di mano perché molti soci sono scontenti. Questo è il desiderio della Madonna perché non ci deve essere sorpresa ma continuità”».
Lo scritto si conclude con un pensiero rivolto personalmente da mamma Natuzza ai soci fondatori: «Scusate se vi do questo scritto, ma mons. Colloca mi dice che io non sono l’ispiratrice, ma la messaggera. Prego perché possiate agire e fare contenta la Madonna. Natuzza».
Parole sotto molti aspetti sconvolgenti, ma anche chiarificatrici sulla situazione che si è venuta a creare a Paravati. Renzo ha addirittura accusato di “affermazioni ereticali” i soci fondatori per aver affermato che Natuzza era una depositaria della volontà della Madonna e che questo la poneva al di sopra della pronuncia delle autorità ecclesiastiche. Ma il fatto è che dai verbali delle sedute non risulta mai la seconda parte di questa affermazione, mentre la prima non solo incentra tutta la vita e l’opera di Natuzza, ma ora trova anche conferma in questo scritto. Un documento di cui non si può negare o dimenticare l’esistenza.
D’altra parte, il vescovo Cortese nel ruolo di messaggera mariana di Natuzza aveva creduto in pieno e aveva voluto sottoscrivere pure lui quello Statuto della Fondazione – che Renzo, insistentemente da un biennio, intende cambiare – alla sua stesura, accanto alla croce della Evolo che non sapeva scrivere neppure il suo nome, ancora prima del decreto di riconoscimento, a segno di una inequivocabile adesione personale.

Mons. Luigi Renzo

Nelle sue esternazioni pubbliche, come la “conferenza stampa” dello scorso 17 agosto, senza alcun contraddittorio e alla quale mi risulta non siano stati ammessi alcuni giornalisti di opinioni vicine a quelle dei soci fondatori, Renzo tende a ribadire che le modifiche che lui impone sono minime e tutte incentrate sull’aspetto liturgico, teologico e dottrinale. Quindi, dettate dalla conformità ai precetti della Chiesa, oltre che condivise, ripete sempre, con le massime autorità ecclesiastiche. Ma il fatto è che il vescovo ha chiesto pareri alle stesse autorità presentando la bozza con le sue modifiche e illustrando le cose secondo la propria visione, senza ricostruire tutto il pregresso.
In ogni caso le modifiche non sono così minime, riguardano ben 9 articoli dell’attuale statuto e complessivamente sono in grado di trasformare la Fondazione, da soggetto giuridico di natura privata, sia sul piano canonico sia su quello del diritto civile, in persona giuridica pubblica secondo il diritto canonico. Mentre attualmente il diritto canonico riconosce la natura privata della Fondazione.
Tra le modifiche pretese da Renzo, oltre alla sostituzione all’articolo 2 del termine “messaggera” con quella “ispiratrice”, riferito a Natuzza, proprio come nel profetico messaggio che ricevette la mistica vent’anni fa, c’è quella che farebbe sì che gli art. 2 e 3 (spirito e scopi della Fondazione) non fossero più “irrevocabili nel tempo” ma semplicemente “essenziali per la Fondazione”.
Inoltre, nell’art. 3 dello Statuto, sulla grande Chiesa, riformulato da Renzo figura l’inciso “La cura e gestione della stessa saranno di esclusiva pertinenza della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, regolamentate tramite la stipula di un Disciplinare tra le parti in forma pubblica per notaio”. Questo inciso congiuntamente alla eliminazione, dall’art. 10, delle lett. d), e), f) e g) – che riconoscono al consiglio di amministrazione tutti i poteri di gestione ordinaria e straordinaria della Fondazione – ed alla eliminazione, dall’art. 3 lett. h) della possibilità, per la Fondazione, di svolgere “ogni attività economica, finanziaria, patrimoniale, mobiliare e immobiliare, adottando le modalità che riterrà più efficaci allo scopo” sortirebbe proprio l’effetto, che Renzo, in diverse interviste, dice di non volere assolutamente: ossia affidare alla Diocesi non solo la gestione in via diretta della pastorale e del culto, ma anche dei beni patrimoniali della Fondazione e del compimento di ogni relativa attività economica o finanziaria.
Tanto più che nella stesura vigente dell’art. 3 è già stabilito molto chiaramente che la liturgia e la pastorale devono essere “secondo la Chiesa” e l’autorità competente, che è la Diocesi di Mileto Nicotera Tropea, come sempre è accaduto nei venti anni di attività della Fondazione.

Mons. Domenico Tarcisio Cortese

Nelle modifiche pretese da Renzo si trasferisce non solo la liturgia e la pastorale alla diocesi ma l’intera gestione. Il vescovo, insomma, vuole lasciare la proprietà e la manutenzione ordinaria e straordinaria della Chiesa alla Fondazione. Ma come si potrebbe provvedere alla manutenzione ordinaria e straordinaria dell’intero complesso se le entrate del Santuario confluiranno interamente nelle casse della Diocesi senza onere alcuno? Come potrebbero i soci fondatori provvedere al pagamento dei mutui sottoscritti dalla Fondazione per completare il complesso della Villa della Gioia? Come si potranno completare le altre opere chieste alla messaggera Natuzza dalla Madonna, come il centro dei malati terminali con le diciannove casette per i famigliari?
C’è da augurarsi che Renzo, fine storico e ricercatore che ha dato alle stampe numerosi libri ben documentati, voglia dare il giusto rilievo anche a questo documento autografo che “registra” l’ammonimento dell’entità di monsignor Pasquale Colloca, al quale ironia della sorte è dedicato il centro per anziani i cui ospiti, per effetto del decreto vescovile dello scorso 1° agosto, sono rimasti privi del conforto della celebrazione della Santa Messa in loco e di quello dell’adorazione eucaristica, non potendosi più custodire lì, come finora, il Santissimo. Di certo lo scritto dettato ad Annamaria Nicolace dalla madre mostra molto chiaramente quali fossero i voleri che guidavano Natuzza e come l’immodificabilità dello Statuto approvato da Cortese fosse stata suggerita … dall’alto.
Eppure il 25 agosto scorso, nell’ultima, quasi surreale riunione del Consiglio d’Amministrazione della Fondazione Cimra che continua a deliberare con soli sei elementi (compreso il presidente), nonostante dovrebbe contarne dieci, tre voti contro tre, ma quello di Colloca nel ruolo presidenziale vale doppio, ha deciso di approvare le modifiche volute da Renzo, di chiedere al vescovo di tornare a partecipare alle riunioni del Cda, di sospendere la trasmissione del decreto di revoca alle “Superiori Autorità Ecclesiastiche e Civili, infine di fare domanda alle competenti autorità perché venga nominato un “commissario ad acta” che proceda “nelle dovute forme per notaio” alla introduzione delle stesse e sia alla stesura di un “Disciplinare” che regoli i rapporti tra Diocesi e Fondazione.
Una procedura ai confini della legalità che disattenderebbe in pieno non soltanto il disegno originario che sta alla base dell’apostolato della Evolo, ma anche la volontà democraticamente e civilimente espressa con regolare votazione dalla quasi totalità dei soci fondatori. Con Colloca hanno votato sì a questo “golpe”, anche Domenico Antonio Crupi, attuale sindaco di Mileto, e Mario Cortese, medico catanzarese figlio spirituale di vecchia data di Natuzza che pure si era pronunciato contro le modifiche statutarie nella votazione dello scorso 22 luglio, proprio per lealtà verso Natuzza.

La Madonna di Paravati

Contrari, invece, l’avvocato reggino Francesca Sergi, guarita anni fa da un terribile male grazie alle preghiere della Evolo, che si è apertamente pronunciata contro l’irremovibile insistenza del vescovo; l’imprenditore Raffaele De Caria, attuale segretario della Fondazione e fratello di una delle nuore della mistica; e l’ingegnere Giuseppe Condello, vicino di casa in Sila di Natuzza, legatissimo a lei insieme a tutta la sua famiglia.
Tutti e tre, invano, nel corso di una seduta grottesca il cui esito sembrava già deciso, e da tempo, hanno ricordato che la nomina di un commissario ad acta per il diritto canonico (canone 318) può essere disposta solo per “gravi motivi” e nel caso di una fondazione che abbia personalità giuridica pubblica e non privata come la Cimra, che per lo Statuto vigente si può modificare lo stesso solo su proposta di un terzo dei soci fondatori o del Cda e comunque per votazione dell’intera assemblea, che quest’ultima si è già espressa a forte maggioranza dando al vescovo più volte la possibilità di presentare le sue modifiche solo per un senso di rispetto e devozione verso il suo ruolo, nonostante egli abbia gridato all’irriverenza e all’eresia, che, infine, far passare lo stravolgimento dello Statuto con questo colpo di mano sarebbe un atto irrispettoso verso la volontà dei fondatori che potrebbero impugnare le delibere del Cda oltre che quelle del Commissario che verrà.
Non può non stupire, in ogni caso, anche alla luce dello scritto pubblicato oggi da Giornalistitalia.it, l’atteggiamento del vescovo, da un lato intransigente, verso i sacerdoti della Fondazione, in nome della dottrina della fede, dall’altro dimentico verso l’appartenenza alla massoneria di Marcello Colloca, suo principale alleato nella volontà di cambiare lo Statuto della Fondazione.
Renzo si è prima dimesso dal Cda, poi ha obbligato Don Barone e Padre Michele Cordiano (da sempre vicini a Natuzza ed il primo scelto proprio da Lei come primo Presidente della Fondazione), nonché il parroco di Paravati alle dimissioni, minacciando per iscritto la sospensione a divinis per disobbedienza. E, così facendo, ha lasciato la Fondazione priva di qualsiasi componente ecclesiastica al suo interno. La ragione di queste dimissioni imposte è poi surreale oltre che incomprensibile dal punto di vista dei più elementari principi della democrazia: il non aver convinto i soci fondatori ad approvare le modifiche statutarie da lui pretese.
Non pago di ciò, Renzo, sempre minacciando la sospensione a divinis, ha voluto che Barone e Cordiano gli scrivessero una lettera di scuse, presentandole poi nel corso della sua “unilaterale” conferenza stampa, come una domanda di perdono che indicava chiaramente, a suo dire, la presa di distanza dei due sacerdoti dai soci fondatori.

Può rispondere davvero a questa logica lo spirito del perdono e della misericordia, secondo il Vangelo, secondo la Santa Madre Chiesa? Forse tanti fedeli cominciano a dubitarne se lo scorso 23 agosto, avendo Renzo, in una delle sue ennesime contraddizioni, riaperto i cancelli della Villa della Gioia, per celebrare lui una messa in occasione del compleanno di Mamma Natuzza (la quale diceva “per me il regalo più bello sarebbe la Chiesa che mi ha chiesto la Madonna”, quella chiesa che il vescovo si rifiuta di consacrare se non vengono approvate le sue modifiche statutarie), si sono presentati meno della metà dei pellegrini che di solito si affollano a Paravati in questa ricorrenza. Né i Cenacoli, ai quali Renzo ha rivolto una lettera di captato benevolentiae, sembrano abboccare all’amo. In tanti sono avviliti, temono fortemente che l’opera di Natuzza, la sua stessa figura diventino uno strumento d’inganno, che in esse affondino gli artigli poteri oscuri e discutibili e, ancora, che si proceda allo scioglimento perché così i beni residui saranno devoluti ad enti che perseguono finalità analoghe (cioè la Diocesi).
Io stesso, toccato nell’intimo, dai ripetuti incontri con Natuzza fin da quando ero sedicenne e dagli ultimi colloqui del 2009 durante i quali mi chiese di scrivere la sua vita “ma parlando di Gesù”, sono rimasto sconvolto e rattristato da questa situazione.
Non ho fatto scoop da giornalista, ho solo espresso la mia opinione in modo riguardoso e questa, checché ne dicano improvvisati corifei dell’ortodossia cattolica, non è disobbedienza. Disobbedienza è disattendere platealmente a indicazioni e provvedimenti di un’autorità ecclesiastica. Ma obbedire non è non può essere anche tacere o negare o mistificare la realtà. Al contrario la fede ci chiama a seguire l’insegnamento del Maestro, che è Via, Verità e Vita. Natuzza stessa praticò l’obbedienza andando in un ospedale psichiatrico come preteso dal vescovo di Mileto Nicotera Tropea, Paolo Albera, che su consiglio di Gemelli, la fece tenere sotto osservazione dal professor Annibale Puca nel 1940, ma questo accadde proprio perché lei si rifiutò di mentire dicendo che non aveva mai visto Gesù e la Madonna. Lo stesso vescovo proprio a Mileto l’aveva ingiustamente fatta sottoporre a esorcismo, provocandole estremo e silenzioso dolore, lo stesso che provò Padre Pio quando gli proibirono di ricevere i pellegrini a San Giovanni Rotondo e gli ordinarono di celebrare messa da solo, senza che nessuno potesse parteciparvi.
Ma proprio il caso di San Pio, degli oltre 30 anni che ci sono voluti per la sua elevazione alla gloria degli altari, dimostra che l’autentico disegno del Signore si fa strada da sé ben oltre le meschinità umane e che in esso persino il male diventa tassello di un gigantesco, inarrestabile mosaico di salvezza. Questa speranza mi anima e mi fortica e credo sia così per tutte le persone che amano Natuzza e il suo messaggio d’amore, indipendentemente dal fatto che l’abbiano incontrata in carne ossa o no.

Carlo Parisi consegna L’affabulatore d’oro del Sindacato Giornalisti della Calabria a Natuzza (giugno 2008). Con lui, i vescovi Luigi Renzo e Salvatore Nunnari

Pochi giorni fa il vescovo Renzo mi ha chiamato, rovesciandomi addosso l’ingiusto sospetto che io stessi scrivendo un articolo assieme a uno dei componenti del Cda avverso alle sue modifiche di cui mi ha fatto nome e cognome. Mi ha detto di stare “molto attento” alle “gravi conseguenze”. Ho chiesto a che cosa alludesse e lui mi ha risposto che si riferiva al male che ne sarebbe derivato per tutta l’opera di Natuzza e alla sua stessa figura. Ma lo stesso appello io, con affetto e rispetto, da umile figlio della Chiesa, l’ho rivolto a lui. E lo rivolgo ancora adesso. Gli ho posto in modo particolare una domanda che mi fa male da molto tempo: come riportato da tante testate in questi giorni, l’attuale facente funzione di presidente della Fondazione, Marcello Colloca, è massone. E ha esternato, anche se non in seno alla Fondazione a al Cda, questo suo ruolo apertamente. Ebbene, come ha potuto Renzo imporre a don Barone, comunque un sacerdote, il direttore spirituale di Natuzza, di dimettersi, sapendo benissimo che, per automatismo statutario, la presidenza pro tempore sarebbe passata a un massone dichiarato?
Da credente non riesco proprio a spiegarmi come un vescovo abbia potuto azzerare in toto la componente clericale e poi consegnare la Fondazione a un massone, annunciando che avrebbe dialogato con il Cda da lui presieduto in modo da risolvere ogni empasse. Ogni cattolico sa che la Congregazione per la dottrina della Fede, alla quale il vescovo e in modo sacrosanto si richiama, fissa criteri inoppugnabili sull’atteggiamento che la chiesa deve tenere di fronte a una realtà oscura come la massoneria. Alla scomunica di Leone XIII oramai lontana nel tempo si è aggiunta, durante il pontificato di Papa Giovanni Paolo II, la “Dichiarazione su associazioni massoniche” firmata nel 1983 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede e futuro Papa Benedetto XVI. In essa si legge molto chiaramente: «Il giudizio negativo della Chiesa per quanto riguarda l’Associazione Massonica rimane invariato poiché i loro principi sono sempre stati considerati inconciliabili con la dottrina della chiesa. I fedeli iscritti nelle associazioni massoniche sono in stato di grave peccato e non possono ricevere la Santa Comunione».
Ebbene il vescovo non ha risposto alla mia domanda. Anzi mi ha detto che dovevo prendermela con i soci fondatori che «l’hanno eletto». Ma Colloca è diventato presidente proprio in seguito alle azioni di Renzo, per conseguenza dei suoi provvedimenti. Innervositosi il vescovo, mi ha invitato a non attribuirgli alcuna responsabilità al riguardo. Io non l’ho fatto, non lo sto facendo. Ma non ci si può voltare dall’altra parte.

Joseph Ratzinger e Karol Wojtyla

La Dottrina della Fede è una e vale allo stesso modo anche verso chi si mostra favorevole alle proprie opinioni, verso amici o alleati, verso tutti insomma. O non è forse così? Perché dovrebbe valere di più quanto la Dottrina della Fede dispone sulla autenticità delle apparizioni, a dire di Renzo scaturigine delle modifiche statutarie da lui imposte, rispetto a ciò che stabilisce sui massoni?
Quanto al fatto che Natuzza abbia ammesso Marcello Colloca tra i fondatori, non può neppure questa essere una scusante, come non lo è il fatto che gli altri soci fondatori non vi si siano opposti. Ho studiato a lungo il diario del professor Libero Giampà, uno dei primi figli spirituali di Natuzza, base di un mio libro la cui introduzione è stata scritta proprio da monsignor Renzo: in esso viene riportato in più punti come la Evolo assieme a Giampà e don Capellupi, sacerdote che fu suo direttore spirituale assieme al salesiano Tomaselli negli anni Settanta, accorresse al capezzale di massoni morenti per ottenere un pentimento che potesse aprirgli le “porte della salvezza dell’anima”. Questo spiega quale fosse l’animo di non giudizio e di amore infinito, di insaziabile volontà di aiuto e redenzione di Natuzza verso il prossimo, col quale lei si approcciava e anzi accoglieva, piena di speranza, anche chi viveva situazioni oscure.
Sono convinto che anche Renzo, come pastore di una diocesi, debba fare altrettanto. Ma un conto è amare e cercare le pecorelle smarrite, altro è dare loro il potere e il controllo di una fondazione che ha dichiarato di voler riportare nella pienezza dell’alveo della dottrina della fede. Qualcosa non torna, proprio come aveva predetto l’anima di monsignor Colloca, avo dell’avvocato odierno… (giornalistitalia.it)

Luciano Regolo

LEGGI ANCHE:
Natuzza non si cancella con un decreto

I commenti sono chiusi.