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Il giornalista Rai scagionato con formula piena: regolari i suoi esami universitari

Assolto Pino Nano dopo 5 anni di calvario

Pino Nano (Foto Giornalistitalia.it)

ROMA – “Assolto perché il fatto non sussiste”. Si conclude, così, con la più ampia formula di assoluzione, il calvario del giornalista Pino Nano, caporedattore centrale dell’Agenzia Nazionale della Tgr a Roma, giàcaporedattore della Sede Rai della Calabria. Quasi cinque anni di attesa, con l’infamante accusa di aver sostenuto alcuni esami in maniera irregolare, lontano dal lavoro al quale ha dedicato la sua vita con grande passione e professionalità. A pronunciare la sentenza è stato il giudice monocratico del Tribunale di Cosenza, Urania Granata, che ha assolto il giornalista Pino Nano nell’ambito dell’inchiesta “Centodieci e lode” sull’Università della Calabria. La richiesta dell’assoluzione viene, per la seconda volta, direttamente dal Pubblico Ministero Antonio Bruno Tridico che, nel 2012, aveva aperto di fatto un’inchiesta sui falsi esami della Facoltà di Lettere dell’Unical. Nel calderone generale finisce anche il giornalista, promosso, nel frattempo, caporedattore centrale dell’Agenzia Nazionale della Tgr a Roma, accusato di aver superato ben tre esami in maniera irregolare.
Pino Nano, difeso dall’avvocato Amedeo Bianco, ha quindi dimostrato la assoluta regolarità dei suoi esami, chiedendo al presidente del tribunale che venissero interrogati i professori con cui lo stesso aveva superato gli esami contestati. Così è stato, e la prima assoluzione piena per Pino Nano, “perché il fatto non sussiste”, arriva il 24 novembre 2016, dopo un lungo interrogatorio della professoressa Claudia Stancati che davanti al processo tesse le lodi dello “studente Pino Nano”, da lei stessa considerato uno studente modello. Fanno altrettanto e con grande determinazione gli altri professori chiamati in causa.
È lo stesso Pm Antonio Bruno Tridico che, chiedendo per Pino Nano l’assoluzione più ampia, ribadisce l’assoluta estraneità del dirigente della Rai ai fatti in origine contestati e che, comunque, alla fine hanno pesato sulla storia e sulla carriera professionale dello stesso. Emblematiche le parole del Pubblico Ministero che, con grande onestà intellettuale, non ha esitato a dire che bisogna fare di tutto per ridare dignità e onorabilità al giornalista Pino Nano.
La sentenza di assoluzione piena riguarda anche il vecchio preside del Corso di Laurea di Scienza della Comunicazione all’Unical, chiamato in causa insieme a Pino Nano, il prof. Daniele Gambarara, ritenuto oggi uno dei più accreditati semiologi italiani, amico personale ed erede naturale del grande Tullio De Mauro, che il prof. Gambarara ha commemorato proprio di recente all’Università della Calabria.
Pino Nano, profondamente commosso per la fine di un incubo che ha devastato la sua vita e la sua carriera, non ha nascosto la sua “profonda amarezza per come certi giornali”, all’inizio di questa vicenda hanno raccontato la sua storia, “alcuni con grande cattiveria e con il chiaro intento di sovvertire la verità processuale”.
Pino Nano ha ricordato, soprattutto, lo sgomento di aver appreso dell’inchiesta a suo carico soltanto da un giornale calabrese, che il 19 settembre del 2012 ha pubblicato la notizia del suo coinvolgimento nell’inchiesta. E questo avveniva esattamente un mese prima che ricevesse formalmente l’avviso di conclusione indagini a suo carico, notificatogli solo il 18 ottobre 2012.
“Il vero mistero di tutta questa vicenda – commenta l’avvocato Amedeo Bianco, difensore di Pino Nano – è che tutto sia partito da una «fonte confidenziale», oggi assolutamente smentita dai fatti e dalle prove inoppugnabili offerte al giudizio dei giudici. A noi rimane, però, la certezza assoluta – si lascia sfuggire l’avvocato Amedeo Bianco – di un clima di confusione generale che non fa onore all’Università della Calabria, dove non solo è andato perso il fascicolo curriculare dello studente Pino Nano, ma dove non è stato possibile ritrovare documenti di fondamentale importanza per la difesa, e che l’Università avrebbe dovuto invece custodire con maggiore attenzione”.
“Ma ormai – allarga le braccia Bianco – è acqua passata. Se non avessimo avuto dalla nostra parte il conforto di elementi certi, di fotografie, di testimonianze, di riferimenti precisi, non saremmo mai arrivati alla sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste. E questa sentenza rende onore allo stesso Pm Bruno Tridico: gli va dato atto della grande onestà intellettuale dimostrata in tutta questa vicenda, che lo ha portato a chiedere, lui per primo, l’assoluzione più ampia”.
“Se posso farlo – questo sì che Pino Nano lo dice con grande fermezza – vorrei dedicare questa sentenza ad un amico scomparso un anno fa, Natalino Bianco, grande avvocato catanzarese, pubblicista e consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti, indimenticabile mio amico personale, che non ha mai smesso di ripetermi che, alla fine, la giustizia avrebbe prevalso su tutto”.
Al nostro abbraccio per la conclusione di un processo che, per quasi cinque, lunghissimi, anni, che avrebbe stremato chiunque, Pino Nano si commuove e accenna un sorriso. Un sorriso amaro che non riesce ad essere liberatorio, lontano anni luce da quello radioso che ha sempre sfoggiato nella sua vita privata e professionale.
Nei momenti più bui di questa tormentata vicenda, che spesso hanno fatto vacillare il sottile equilibrio che anima il desiderio di vivere delle persone perbene, Pino Nano ha avuto pochi amici, veri, che gli sono stati vicini senza mai dubitare della sua innocenza. Vicissitudini come questa segnano profondamente e creano spartiacque profondi, soprattutto in materia di rapporti umani. I conoscenti si dileguano, i sedicenti amici scappano e gli amici veri finiscono per contarsi, ben che vada, sulle dita di una mano.
Pino Nano è stato consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti, componente del Collegio nazionale dei probiviri della Fnsi e componente della Giunta Esecutiva dell’Ucsi, l’Unione Cattolica Stampa Italiana, cariche dalle quali si era immediatamente sospeso dopo la pubblicazione della notizia sull’inchiesta. Lo aveva fatto spontaneamente, “per non mettere in imbarazzo e difficoltà gli istituti di categoria dei giornalisti, gli amici e i colleghi” che lo avevano sostenuto e che, in caso contrario, sarebbero potuti diventare “bersaglio – sosteneva Nano – di quanti fanno della calunnia e della diffamazione la loro ragione di vita”. Un gesto di rara sensibilità, lontano anni luce dalla sfrontatezza con la quale acclarati truffatori e millantatori continuano, invece, ad imperversare senza vergogna.
In Calabria, l’Ucsi è intitolata a Natuzza Evolo insignita, il 7 giugno 2008, del Premio “L’Affabulatore d’Oro”, ideato dal Sindacato Giornalisti della Calabria, e destinataria della tessera n. 1 dell’unione dei giornalisti cattolici. È soprattutto grazie alle interviste di Pino Nano che milioni di telespettatori, in tutto il mondo, hanno avuto la possibilità di conoscere la vita straordinaria della mistica di Paravati, per la quale è in atto il processo di beatificazione.
E se Pino Nano sa bene che per Natuzza Evolo la sofferenza era un dono di Dio, anche se per i più difficile da comprendere e da accettare, l’epilogo di questa storia, anche se con ingiustificabile ritardo, racchiude uno straordinario messaggio di speranza: verità e giustizia esistono anche in terre come la Calabria dove ci si sente, purtroppo spesso, abbandonati da Dio e dagli uomini. (giornalistitalia.it)

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