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Quella realtà oscura e oppressiva che mina la libera informazione in Calabria

Oragate: false perizie, “signali” e silenzio

Carlo Parisi e Luciano Regolo con i giornalisti dell’Ora davanti alla Prefettura di Cosenza durante l’occupazione

COSENZA – Surreale, pirandelliana, paradossale… Si fa fatica a trovare un aggettivo che descriva sino in fondo la situazione riemersa, ieri al Tribunale di Cosenza, all’udienza del processo che vede imputato lo stampatore Umberto De Rose per l’oramai famigerato Oragate.
Il tecnico Davide Maxwell, specializzato nel funzionamento delle rotative, che annovera tra i suoi clienti consolidati proprio lo stabilimento di De Rose a Montalto Uffugo – lo stabilimento che nella notte tra il 18 e il 19 febbraio 2014 non stampò l’Ora della Calabria recante la notizia di un’inchiesta aperta a carico del figlio del senatore Gentile – davanti al giudice Gallo ha ammesso, forse senza neppure rendersi conto della gravità delle sue affermazioni, di aver sottoscritto un certificato falso, “su commissione”. Ossia attestò, come voleva De Rose, che quella famosa notte c’era stato un guasto alla rotativa, guasto che invece non si verificò affatto come avrebbe poi dimostrato la perizia tecnica disposta dalla Procura cosentina.
La deposizione di Maxwell è stata sospesa e rinviata al prossimo 3 marzo, quando dovrà ripresentarsi accompagnato da un legale perché per lui si profila il rischio di dover rispondere penalmente di quel falso.
Ma non è questo il punto. Quest’ennesimo capitolo di un processo cominciato con forte ritardo, dopo due interi anni dall’orrenda censura, scanditi pure da strane dimenticanze e curiose sviste nelle notifiche, in qualche modo rappresenta la plateale conferma di tutta una realtà oscura e oppressiva che mina pesantemente la libera informazione in Calabria. Una realtà che più volte il segretario generale aggiunto della Fnsi e segretario del Sindacato Giornalisti della Calabria, Carlo Parisi, e chi scrive, quale consigliere nazionale Fnsi ed ex direttore dell’Ora che subì quell’orrenda censura, abbiamo descritto, cercando di attirare l’attenzione delle autorità competenti, ma anche dell’intera comunità regionale sulle pressioni occulte che, purtroppo, si consumano nell’editoria locale così frequentemente da aver smesso di far inorridire e quindi di suscitare sacrosante reazioni indignate a difesa della libera opinione.

Umberto De Rose

Il liquidatore Giuseppe Bilotta

Un tecnico che non trova nulla di strano o di illegale nell’«addomesticare» la realtà secondo i voleri del suo committente e che racconta di averlo fatto davanti a un giudice, in un’aula di tribunale, è solo un ulteriore “signali” di quelle pratiche deviate, di quegli “accorduni” trasversali e diffusi, spesso a scapito dei più elementari diritti, che più volte sono state segnalati, anche alla Commissione Antimafia. Commissione che, dopo avermi ascoltato a ridosso della censura e della sinistra telefonata del “cinghiale ferito che poi ammazza tutti” con cui De Rose fece pressione sull’editore Alfredo Citrigno perché m’imponesse di togliere la notizia riguardante il figlio di Gentile, non ha mai più risposto agli appelli accorati che le ho rivolto per una situazione che isolava e minava sempre più tutti i giornalisti dell’Ora.
Non vedo, purtroppo, molta differenza tra il “candore” dell’ammissione del tecnico e quello con cui, oltre un biennio fa, Giuseppe Bilotta, il liquidatore della C&C, casa editrice dell’Ora, davanti al Prefetto di Cosenza, Gianfranco Tomao, disse che doveva, prima di assumere gli impegni suggeriti dal rappresentante del governo (!), verificare i voleri della proprietà, ossia dei Citrigno, mentre tutti sanno che, secondo la legge, durante una liquidazione societaria, il proprietario dell’azienda non ha alcuna voce in capitolo, anzi è proprio estromesso dall’amministrazione.
Nè si è mai capito perché la liquidazione della C&C prosegua tuttora, da quasi un triennio, senza più alcuna entrata dell’impresa, con tutti i giornalisti licenziati lo scorso giugno e i libri contabili non finiscano al tribunale affinché se ne dichiari il fallimento, sempre secondo le norme disposte dal nostro ordinamento.
Ancora, nessuno ha chiarito perché De Rose, come già in passato per altre avventure editoriali condivise con Citrigno, continuasse a stampare senza pretendere il pagamento accumulato dall’editore, pagamento che, tuttavia, seguiva tariffe piuttosto esose rispetto agli indici di mercato. Un interrogativo non di poco conto visto che il De Rose continua a stampare quotidiani: prima Cronache del Garantista di Sansonetti, alla cui chiusura con i contributi statali fu pagato lo stampatore e nessuno dei colleghi calabresi, ora Cronache delle Calabrie di Guzzanti. Nessuno è andato a fondo nello spiegarsi come mai, dopo l’Oragate, prima De Rose avesse minacciato di far fallire la C&C pretendendo l’immediato saldo di un credito fino ad allora “dimenticato” e poi avesse così tanto rasserenato i suoi rapporti con la famiglia dell’editore da porsi come il migliore e il più credibile acquirente del giornale e venir presentato come tale dallo stesso liquidatore.
Ricordo che proprio dopo che denunciai pubblicamente quest’intollerabile manovra e la redazione dispose uno sciopero di protesta, il 18 aprile 2014 furono sospese le pubblicazioni con la scusa dei conti non più sostenibili e fu anche oscurato il sito (che non comportava alcuna spesa), mai più riattivato, nonostante il prefetto di Cosenza avesse chiesto a Bilotta di farlo.
L’impunità dei prepotenti, la logica delle lungaggini che favoriscono le prescrizioni, l’isolamento di chi alza la testa anche tra i colleghi, tanti dei quali fanno finta di non vedere, non sentire o di dimenticare, pensando così (ed erroneamente) di poter salvare o aggiudicarsi un posto di lavoro: sono tanti i fattori che sono dietro la laboriosa manipolazione di leggi e codici etici, che poi produce la palude stagnante in cui versano l’editoria e tante altre realtà imprenditoriali e sociali della Calabria.
C’è tutta una cultura oscurantista che trova, da un lato, la prepotenza dei censori, dall’altro lo spirito pavido di chi sceglie il silenzio senza rendersi conto che i patti col male alla lunga finiscono sempre peggio. Tante testate quando Tonino Gentile è stato rinominato sottosegretario, dopo aver dovuto rinunciare alla carica durante i giorni caldi dell’Oragate, hanno dato spazio alle sue dichiarazioni secondo le quali in quella vicenda era stato vittima di una congiura mediatica, un candido “gabbiano”, disse, e non un cinghiale ferito. Ma perché il senatore Gentile non ha mai querelato De Rose che usò chiaramente il suo nome per minacciare Citrigno e di riflesso il sottoscritto nella telefonata con l’editore che io registrai quella fosca notte? Nessuno l’ha accusato di aver voluto la censura, è lo stampatore, suo amico e sodale di vecchia data, che Gentile il giorno della censura chiamò una ventina di volte al cellulare, ad affermarlo nella registrazione, chiarendo più volte di parlare in nome e per conto del senatore e ponendosi come “garante ccu Toninu” (lo dice proprio lui) di un patto che avrebbe dovuto comportare la cancellazione della notizia in cambio di un addolcimento dei Gentile verso i Citrigno, in guerra coi primi, al potere dei quali attribuivano la causa delle proprie innumerevoli grane giudiziare (fra cui il sequestro di gran parte dei loro beni).
La verità è che c’è putroppo tutta una cultura del piegare, dell’asservire la realtà ai voleri dei presunti potenti, in sfregio alla realtà e persino alle norme giuridiche. In questa cultura si danno per scontati silenzio e arrendevolezza perchè alla lunga si perdano le tracce del sopruso. Di qui l’importanza del grido costante, dell’impegno indefesso che Carlo Parisi e il Sindacato Giornalisti della Calabria hanno abbracciato sui temi della libertà d’informazione.
Ma il grido dev’essere di tutti i colleghi, senza cedere a chimere e sirene, senza piegarsi alla giustificazione dell’unico giornale possibile, perché certi progetti iniqui sono pure inefficaci sul piano editoriale proprio perché animati e asserviti fin dal principio ad altre logiche, ad altri interessi più o meno oscuri. (giornalistitalia.it)

Luciano Regolo

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