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Programma e idee del Vicesegretario nazionale candidato a Segretario Generale

Carlo Parisi: “La Fnsi che vogliamo”

Carlo Parisi

ROMA – Alla vigilia del XXVII Congresso della Fnsi, l’unica certezza che inquieta i giornalisti italiani è data dalla crisi economica che, al di là delle buone intenzioni, spegne le luci delle redazioni e le speranze di quanti credono ancora nel giornalismo quale bandiera della libertà di stampa e della qualità dell’informazione.
Una crisi senza precedenti, che mette in ginocchio le imprese editoriali e lascia per strada migliaia di contrattualizzati, spesso – purtroppo – a causa di un uso distorto degli ammortizzatori sociali che, invece di costituire un’occasione di rilancio, finiscono per diventare mero strumento di riduzione del costo del lavoro di aziende decotte o, peggio ancora, nate morte. Un peso, quello dei contratti di solidarietà e della cassa integrazione (pagati esclusivamente dall’Inpgi, ovvero con i contributi degli stessi giornalisti) che, aggravando l’indice negativo del bilancio dell’Istituto di previdenza, ha finito per minarne pesantemente le fondamenta a causa del “sorpasso” delle prestazioni erogate sulle entrate contributive.
Il serio rischio di aver imboccato la strada del non ritorno impone, quindi, un ripensamento sull’uso degli ammortizzatori sociali, che vanno difesi a spada tratta, ma devono necessariamente tornare ad assumere la loro funzione originaria e non fare da anticamera al licenziamento o alla chiusura dell’impresa.
Un ripensamento che impone alla Fnsi, assieme alla Fieg e all’Inpgi, un inderogabile confronto col Governo per assicurare agibilità, sostenibilità e futuro agli editori veri e rispettosi delle leggi e della dignità umana e professionale di quanti, con serietà e sacrificio, credono nell’informazione quale strumento democratico del nostro Paese.
In passato, troppo frequentemente, è avvenuto che i contributi pubblici finissero ad aziende fantasma che riuscivano a pubblicare un’unica copia…quella da mandare alle rassegne stampa in modo da acquisire credito e visibilità.
E se c’è chi, dopo lunghe attese, il lavoro ce l’ha, ma rischia seriamente di perderlo, c’è soprattutto chi il lavoro vero e dignitoso non l’ha mai avuto e rischia di non averlo mai. Un vero e proprio esercito, quello dei precari e dei disoccupati, che, nonostante i proclami e le incoraggianti promesse, non riesce neppure ad intravedere la più fioca delle luci fuori dal tunnel, semplicemente perché in tanti, troppi, casi, in pista non è mai sceso se non con forme di collaborazione retribuite con compensi da fame.
Un esercito al quale, per non alimentare false illusioni, bisogna parlare in maniera chiara, forte e soprattutto onesta, facendo capire che, nel mercato attuale, non c’è e non può esserci posto per tutti, così come non c’è e non deve esserci posto per le aziende pirata impegnate solo a saccheggiare le residue risorse pubbliche, devastare il mercato pubblicitario con la concorrenza sleale e mortificare i lavoratori con i ricatti più beceri.
La Fnsi, assieme a tutti gli altri istituti di categoria (Inpgi, Casagit, Fondo Complementare e Ordine), mai come in questo momento deve, invece, fare fronte comune con la Fieg e il Governo per garantire la libertà d’impresa nel pieno rispetto delle regole della concorrenza e del libero mercato, senza derogare alla tutela dei diritti dei lavoratori sanciti e garantiti dalla Carta Costituzionale.
In nome della spending review, il Governo non può pensare di tagliare gli interventi a sostegno e per lo sviluppo dell’editoria, considerandoli mera voce di spesa, perché l’informazione non è merce di scambio, ma elemento fondante della democrazia del Paese. Anzi, è proprio in momenti di grande difficoltà come quello attuale che il sostegno, pur nell’oculatezza più assoluta, deve essere più incisivo soprattutto a favore delle nuove imprese costituite da cooperative di giovani, disoccupati, liberi professionisti, che chiedono a viva voce opportunità di lavoro e non assistenzialismo. Con la stessa forza bisogna dire stop ai pensionati in redazione, che rappresentano sì una ricchezza e una risorsa ma che, in caso, di utilizzo sotto forma di collaborazione devono necessariamente stare fuori dalle redazioni.
Non può e non deve bastare più agli enti pubblici, in sede di elargizione di contributi all’editoria o all’emittenza privata, chiedere, ad esempio, alle imprese soltanto il Durc attestante la regolarità contributiva. Fatta la legge, trovato l’inganno: i soliti furbi si preoccupano, infatti, di pagare i contributi previdenziali (o meglio di rateizzarli sistematicamente grazie all’elasticità di leggi troppo generiche e permissive che impongono immediati correttivi), incassando le provvidenze senza pagare gli stipendi ai dipendenti. Per non parlare della pubblicità istituzionale, che non prevede neppure, se non per rare eccezioni, l’obbligo di esibizione del Durc. Capita, così, di vedere inserzioni istituzionali a pagamento su giornali o emittenti prive di personale giornalistico, soprattutto nel settore dell’on line che, se da un lato rappresenta la speranza, dall’altro costituisce una seria minaccia per una professione che, ormai da anni, non è regolata dall’orologio della chiusura delle edizioni dei giornali, ma dall’informazione continua dei nuovi strumenti della comunicazione in una giungla senza regole certe.
Invece, quale antitodo al lavoro nero e allo sfruttamento sistematico dei giornalisti, bisogna regolamentare l’accesso a sale stampa e tribune stampa, ma soprattutto a contributi e inserzioni pubbliche, costruendo un meccanismo premiante delle aziende che hanno in organico giornalisti dipendenti. Un problema ineludibile, considerata l’esponenziale crescita delle testate on line. Incisiva e senza sconti deve essere l’azione della Fnsi, di concerto con le associazioni regionali di stampa, il servizio ispettivo dell’Inpgi e l’Ordine dei giornalisti, per smascherare le imprese fuorilegge e quanti, a vario titolo, ne favoriscono l’azione e la proliferazione. A partire dai giornalisti che, sconosciuti all’Inpgi, di fatto costituiscono una presenza abusiva nella categoria, in spregio persino alla legge istitutiva dell’Ordine che ne prevede la cancellazione per inattività professionale. E’ su questo punto che si gioca la credibilità della nostra categoria, che ha bisogno urgente, oltre che di una seria riforma, di rimettere ordine al proprio interno anteponendo la qualità alla quantità degli iscritti.
E’ sulla qualità dell’informazione che si giocano il futuro e la credibilità dell’intero Paese – anche quelli della carta stampata che è tutt’altro che moribonda, ma che va assolutamente ripensata, attraverso una seria riflessione comune – : bisogna impedire agli editori senza scrupoli di distruggere definitivamente un settore messo in ginocchio dal crollo del mercato pubblicitario che, tra crisi generale e spending review, ha imposto, tra l’altro, alla pubblica amministrazione di tagliare le risorse destinate alla cosiddetta “pubblicità istituzionale”. E sul terreno degli uffici stampa, soprattutto pubblici, si giocano anche fondamentali partite occupazionali e la messa in sicurezza dell’Inpgi.
Tra le nuove frontiere della professione c’è, infatti, un settore vecchio, ma ancora vergine in materia occupazionale: quello degli uffici stampa. A 15 anni dalla sua approvazione, la legge 150/2000 continua a segnare il passo, nonostante i significativi progressi ottenuti anche in virtù della recente sentenza della Corte Costituzionale in tema di agibilità sindacale, che ha riconosciuto il diritto, per i giornalisti iscritti alla Fnsi, di eleggere la propria rappresentanza sindacale. Una legge che, contestualmente, registra anche pericolose involuzioni, con balzane machiavelliche creazioni di nuove figure professionali create ad hoc per aggirare la legge, soprattutto in tema di riconoscimento di funzioni e selezione del personale, che deve essere pubblica e trasparente, se vuole realmente soddisfare al principio di servizio pubblico e non replicare l’ufficio del portavoce, che è ben altra cosa rispetto al lavoro giornalistico. La scommessa è fondamentale e potrà essere vinta solo con l’unità della categoria e il dialogo, sereno e costruttivo, con gli enti pubblici e privati, che dovranno finalmente capire che da una chiara ed efficace comunicazione istituzionale verso i cittadini c’è solo da guadagnarci. Per farlo è, però, indispensabile pretendere qualità e professionalità, possibili solo attraverso selezioni serie che facciano del valore un merito e non un optional.
I giornalisti degli uffici stampa, così come quelli delle agenzie di stampa (per gli aspetti legati alle convenzioni con gli enti pubblici), non possono, infatti, essere considerati di serie B, ma necessitano di un serio intervento e investimento pubblico a servizio e tutela dei cittadini.
Il ruolo educativo del servizio pubblico non può, infatti, prescindere dalla consapevolezza che migliorando la qualità dell’informazione si migliora la qualità della vita del Paese. E, in tema di servizio pubblico, centrale deve rimanere il ruolo della Rai, che va liberata da ogni condizionamento e riformata negli sprechi e non certo nell’offerta, in termini di qualità.
Per quanto riguarda le Testate Giornalistiche Regionali, anzi, il sistema informazione targato Rai deve essere completamente liberato dai lacci della politica per adempiere al proprio compito di servizio veramente pubblico, soprattutto nelle realtà nelle quali il privato è pesantemente gravato da interessi tutt’altro che finalizzati a garantire un’informazione libera, completa, corretta e rispettosa del pluralismo.
La lotta alle imprese pirata, che devono chiudere senza se e senza ma, per non mettere in crisi quelle vere e rispettose delle regole deve, dunque, rappresentare un caposaldo del nuovo corso della Fnsi che, con il Governo e la Fieg, deve fare fronte comune per garantire un’informazione di qualità e tenere alto il vessillo della libertà di stampa, la cui tutela rientra tra i compiti primari dell’Europa, chiamata a difendere giornalisti e cittadini, in nome dell’articolo 11 della Carta fondamentale dei diritti dell’Unione: eliminare, o quantomeno allentare, le restrizioni che, ormai, quotidianamente vengono imposte da assurde logiche di potere, di qualsiasi colore o matrice, deve costituire un obiettivo imprescindibile e comune.
Non esiste libertà di stampa senza libertà dal bisogno: se un giornalista ha il portafoglio vuoto è meno libero e più ricattabile. Sembra un paradosso, ma in un Paese funestato da una crisi senza precedenti, soprattutto nel settore dell’editoria, l’unico strumento di difesa per la professione giornalistica è il “no”, chiaro e forte, a proposte “lavorative” indecenti.
Deve assolutamente passare, una volta per tutte, il concetto che fare il giornalista non è un hobby, ma una professione: un lavoro che, come tale, va pagato e tutelato.
 Il rispetto della dignità professionale del giornalista è un principio indiscutibile, che non ammette eccezioni di sorta.
Non esiste qualità dell’informazione senza qualità del lavoro e rispetto della professionalità di quanti, con coraggio e sacrificio, credono ancora che il giornalismo non possa essere svolto con superficialità ed improvvisazione. Per le stesse ragioni, l’informazione non può essere “giocattolo” di sedicenti editori o, peggio ancora, strumento di pressione e condizionamento nelle mani dei padrini e dei padroni di turno.
Non a caso, l’aggressione alla libertà di stampa rappresenta una nuova emergenza in tutto il Pianeta. “Je suis Charlie” non è solo lo slogan francese adottato da tutti gli uomini di buona volontà, dopo il massacro nella redazione parigina di Charlie Hebdo, per esorcizzare la paura e dire “no” al terrorismo e ad ogni forma di violenza: è la risposta, chiara e forte, all’ultimo atto di una strategia del terrore che vede la categoria dei giornalisti, purtroppo spesso nel silenzio e nell’indifferenza generale, pagare col sangue il caro prezzo della democrazia e della libertà ad ogni latitudine.
Insomma, la musica è cambiata: alla spietata legge del mercato sopravvive soltanto chi riesce a garantire informazione di qualità. Dovrebbe, dunque, essere interesse degli editori seri ed onesti far fronte comune con i giornalisti veri nel dichiarare guerra ai pirati dell’editoria. E il discorso vale per tutti, a cominciare dal web: la scommessa si gioca e si vince puntando sul giornalismo che, non dimentichiamolo, è ben altra cosa rispetto ai social network e ai blog.
Già l’online. Che rappresenta per il giornalismo, i giornalisti e gli editori la vera sfida da qui – per la verità da ieri – in avanti. Un settore, quello dell’informazione in Rete, che deve, però, acquisire quel giusto e doveroso livello di serietà e qualità che ogni lettore deve pretendere. La giungla lasciamola ai social network. E poi – va detto una volta per tutte – se gli editori sono convinti di aver perso il treno della buona e redditizia informazione digitale – già, le aziende da tempo hanno capito, loro sì, che conviene investire sui new media –  è altrettanto vero che di treni ce ne sono altri e magari anche più veloci, se si ha in mano il biglietto giusto. E la consapevolezza di averlo. Insomma, la scommessa è ancora aperta e tutta da giocare. I legislatori devono fare la loro parte – bisogna regolamentare il settore inserendo dei distinguo tra gossip, chiacchiere da social e notizie – , gli editori e i giornalisti il resto. Per un’informazione, ancora una volta e anche qui, di qualità. Che farà la differenza e permetterà ad un giornale che possa dirsi davvero tale di incamerare risorse attraverso la Rete, e, certo, il giusto canale: se l’informazione che ricevo vale, sono disposto a pagare meno di un caffè al giorno per averla direttamente sul mio computer, sul mio smartphone o sul mio tablet quando voglio. Lo hanno già capito le aziende, che destinano sempre più spesso e volentieri risorse comprando pubblicità 2.0 e vogliamo farci trovare impreparati proprio noi, che siamo del “mestiere”? Gli editori hanno, in realtà, un grosso asso nella manica, ma ancora non se ne sono accorti.
Certo, la posta in gioco è alta. E la guerra, da soli, i giornalisti non riusciranno a vincerla: ci vuole una coscienza civile più attenta e matura.
 Ci vuole una linea chiara e ferma, da parte del Sindacato dei giornalisti, in tutto il territorio nazionale, senza distinguo o deroghe, soprattutto in materia di gestione degli stati di crisi e di contrattazione collettiva di prossimità. Ci vogliono l’impegno e il sostegno dei soggetti istituzionali e, soprattutto nelle terre più difficili e depresse, delle forze dell’ordine e della magistratura. Quel sostegno che i Prefetti di numerose province italiane hanno garantito, soprattutto negli ultimi anni, al Sindacato dei giornalisti colmando i vuoti della politica nell’aiutarci a risolvere delicate vertenze che hanno restituito, con il loro esito, giustizia e fiducia ai colleghi ed ai cittadini tutti.
La nostra professione di giornalista, inoltre, nell’imporci il dovere di dare voce ai senza voce, ci rammenta anche quello di dialogare tra noi, di confrontarci sui nostri problemi senza delegare altri.
 Il Sindacato, d’altronde, è anche questo: serve a fare rete, oltre che a promuovere la formazione professionale seria per garantire un’informazione corretta e credibile. Tema, questo, che al di là delle storture e dei vuoti legislativi che impongono correttivi seri ed immediati per non far scadere la formazione professionale ad una mera raccolta di punti, impone alla Fnsi un immediato coordinamento con l’Ordine dei giornalisti nel rispetto dei ruoli e delle funzioni cui è deputato ogni istituto di categoria.
Senza dimenticare che il contratto nazionale di lavoro giornalistico Fieg-Fnsi dedica un apposito capitolo all’ente paritetico per la formazione che dovrebbe essere semplicemente attivato utilizzando le ingenti risorse, già disponibili, accantonate all’Inpgi.
La catena di solidarietà, spontanea e convinta, che i tragici fatti di Parigi hanno fatto scattare in tutto il mondo attorno ai valori della libertà di espressione e di stampa, ai giornalisti ed a quanti sono impegnati quotidianamente a garantirla deve, insomma, imporre uno scatto di dignità della categoria, ma soprattutto un abbassamento dei toni dello scontro a favore della distensione e del dialogo con chi, a torto o a ragione, non la pensa come noi o, peggio ancora, lascia spazio o si fa condizionare da pregiudizi e discriminazioni. All’interno della categoria e al di fuori di essa, spingendo il Parlamento ad intervenire, senza ritardi e remore, per mettere definitivamente la parola fine sia all’aberrante ipotesi di punire i giornalisti con il carcere, che alle querele temerarie usate come strumento di intimidazione e censura della libertà di stampa. Il giornalista che sbaglia deve assolutamente pagare, come ogni altro cittadino di questo Paese, ma deve farlo nella misura proporzionata al danno effettivamente arrecato. Senza sconti, ma neppure aggravanti.
Il 2014 è stato l’anno del rinnovo del Contratto nazionale di lavoro giornalistico Fnsi-Fieg, che – piaccia o meno – ha fatto registrare importanti avanzamenti in materia di lavoro, previdenza e sostenibilità dell’Inpgi e, per la prima volta nella storia, ha aperto le porte al lavoro autonomo (20,83 euro a pezzo è il compenso minimo, non il fisso, sotto il quale non si può più andare e che, soprattutto nella maggioranza dei casi nessuno ha mai visto), offrendo al sindacato uno strumento importantissimo: la possibilità, in sede di giudizio, di veder riconosciuto al precario il diritto del lavoratore subordinato.
Tanti apprezzamenti sono stati espressi per il rinnovo del Contratto nazionale di lavoro giornalistico Fieg-Fnsi, che i colleghi europei ci invidiano e tante categorie sono, purtroppo, costrette soltanto a sognare. Altrettante critiche sono state mosse: alcune meramente strumentali, altre rispettabili e meritevoli di attenzione in sede di rinnovo. A partire da quelle di chi imputa la disapplicazione dell’accordo sul lavoro autonomo alle ambiguità derivanti dalla previsione di demandarne i contenuti al regolamento attuativo che tarda a vedere la luce.
In ogni caso, un punto è chiaro e non deve sfuggire: il Contratto c’è ancora e, con la collaborazione, l’impegno e lo sforzo di tutti, deve essere mantenuto e migliorato tenendo, soprattutto, conto dell’evoluzione di una professione che sotto molti aspetti è profondamente cambiata. Ci sono delle intese di massima (ad esempio l’estensione della Casagit ai meno garantiti) e dei settori che, finora, hanno registrato una netta chiusura degli editori (le prestazioni occasionali, nelle cui pieghe spesso si annidano ampie sacche di abuso e sfruttamento).
Il 2015 sarà l’anno della resa dei conti per le tante testate in crisi, che dovranno scegliere se investire seriamente sullo sviluppo e sulla qualità o chiudere battenti. Dovrà essere anche l’anno delle Sale Stampa che il Sindacato dei giornalisti, d’intesa con le amministrazioni pubbliche, sta promuovendo nelle zone a rischio, perché laddove si chiudono le redazioni è importante avere punti di riferimento e luoghi di confronto. Per testimoniare concreta vicinanza ai colleghi che ne hanno più bisogno.
 Non solo.
La Fnsi deve farsi promotrice della centralizzazione di servizi essenziali in collegamento telematico con le associazioni regionali di stampa (tesseramento, banca dati, ricostruzione delle carriere…), finalizzata non solo ad una politica di risparmio economico, ma soprattutto al miglioramento dell’offerta qualitativa, in tempi reali, in materia di assistenza e consulenza agli iscritti ed a quanti si avvicinano alla professione. In quest’ottica è auspicabile una modifica dello Statuto che ammetta l’iscrizione alla Fnsi nella qualità di aderenti (senza diritto di voto) di quanti svolgono l’attività giornalistica propedeutica all’iscrizione all’Albo professionale, ovvero dei soggetti più deboli e vulnerabili che, in troppi casi, esercitano di fatto la professione come veri e propri lavoratori dipendenti.
Con buona pace delle cassandre, insomma, laddove il Sindacato dei giornalisti c’è ed ha voglia di lavorare, è vivo e attivo più che mai. Ma il Sindacato non è un’entità astratta, è fatto di persone con le loro idee, la loro cultura e le loro storie. Persone, come i 309 delegati chiamati ad eleggere, dal 27 al 30 gennaio prossimi a Chianciano Terme, il nuovo Segretario e la nuova dirigenza della Federazione Nazionale della Stampa. Uomini, non numeri da sommare per superare la fatidica soglia dei 155 voti.
Uomini che non possono essere cementati dal collante delle vecchie logiche correntizie, al di là dei valori di merito, ma che devono affidare 107 anni di storia della Fnsi a chi ha la competenza, la professionalità, la voglia e il coraggio di interpretare meglio i bisogni di una categoria che non può affidarsi al “meno peggio”, ma deve pretendere di mettere assieme il meglio per difendere le conquiste dei nostri padri e mutuare a livello nazionale le migliori esperienze delle realtà territoriali.
Tutte le regioni d’Italia – nessuna esclusa – dispongono di valorosi e coraggiosi dirigenti che, con le loro battaglie a difesa della professione, hanno dimostrato che assicurare un futuro alla professione non è solo una chimera.
Una cosa è certa e va metabolizzata: non c’è posto per tutti i circa 110 mila iscritti all’Ordine nazionale dei giornalisti e occorre, quindi, ricondurre il lavoro al suo vero valore. Chi lavora gratis deve capire che non sta investendo sul futuro, piuttosto rovina il presente a se stesso e a quanti con questa professione riescono ancora a vivere o, quantomeno, a sopravvivere.
La strada è piena di insidie – e le illusioni, al pari del pressapochismo, non aiutano –, ma è solo con un sistema pulito ed efficace, per cui il Sindacato, al fianco dei giornalisti e degli editori veri, continua a battersi, che possiamo puntare alla qualità dell’informazione che rappresenta l’unico futuro possibile.
Insomma, 97 anni dopo il Decreto Luogotenenziale “per l’equo trattamento economico dei giornalisti”, emanato il 2 dicembre 1917, e 103 anni dopo la stipula della “prima convenzione d’opera giornalistica” (17 dicembre 1911) abbiamo una sola certezza: niente sarà più come prima. Abbiamo una sola strada per tenere alta la bandiera della professione giornalistica: riaffermare la nostra dignità di professionisti e, soprattutto, di cittadini italiani.
Trovare un lavoro e mantenerlo, oggi più che mai, è impresa ardua, ma dire “no grazie”, a chi ci chiede di lavorare gratis o per pochi spiccioli è un dovere civico al quale non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Innanzitutto perché non facendosi pagare per mesi o, addirittura, per anni, è pressoché impossibile sperare che, un giorno, l’editore metta mano alla tasca.
Per rispetto dei nostri lettori e radio-teleascoltatori, che pretendono un’informazione di qualità, possibile solo con adeguate condizioni retributive; per rispetto dei nostri colleghi che, a causa delle nostre prestazioni gratuite, vedono seriamente minacciati i loro posti di lavoro; per guardare in faccia i nostri padri, le nostre mogli e i nostri figli, senza subire lo sguardo di commiserazione di chi pensa che quello del giornalista sia tutto tranne che un lavoro; per onorare la memoria di quanti ci hanno insegnato a sacrificare la vita nell’adempimento del loro dovere di informare correttamente i cittadini.
Uno scatto di dignità. Ecco quello che serve alla categoria dei giornalisti per scongiurare la Caporetto della professione.
 Un semplice gesto per conciliare le romantiche ragioni del cuore con l’obbligo, non più derogabile, della ragione.

Carlo Parisi

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