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L’OPINIONE - In tre anni persi 1500 posti di lavoro. Ammortizzatori sociali a quota 57 milioni di euro (20 nel 2012)

Inpgi, un’assicurazione per gli ammortizzatori sociali

Romano Bartoloni

Romano Bartoloni

ROMA – L’Inpgi sarebbe già in bancarotta, se non lo tenesse in piedi un consistente patrimonio soprattutto immobiliare che raggiunge la bella cifra di 2 miliardi e mezzo di euro.
Nel corso di seminari, conti alla mano in giro per l’Italia, si sta testando lo stato di salute dell’istituto che sconta sulla pelle dei giornalisti e, quindi, sulle proprie casse, la crisi esistenziale dei mass-media in tempi di rivoluzione digitale, il moltiplicarsi degli stati di crisi con il dilagare della disoccupazione, la tempesta della recessione, il boom del precariato, i costi sempre più astronomici del welfare di casa nostra.
Anche se, allo stato dei fatti, il loro assegno mensile non corre pericoli, i giornalisti pensionati, e la loro Unione sindacale, non possono, non debbono restare alla finestra, mentre tanti colleghi più giovani si affidano per sopravvivere al pronto soccorso dell’Inpgi.
Intanto, nei tempi brevi, si potrebbe dare una mano rimpolpando gli interventi della solidarietà con i due milioni e passa del fondo di perequazione ancora non entrato in funzione. Un gesto che migliorerebbe i rapporti generazionali oggi in fibrillazione e che valorizzerebbe  il ruolo dell’Ungp all’interno del sindacato di categoria.
Il nostro istituto è diventato lo specchio deformato e deformante di una realtà professionale in affanno e in crisi di identità. Negli ultimi tre anni si sono persi 1500 posti di lavoro con scarsissimo ricambio, nello stesso periodo le spese sostenute per gli ammortizzatori sociali hanno raggiunto l’allarmante traguardo dei 57 milioni di euro (20 nel 2012). Di contro, le retribuzioni più alte con le più ricche contribuzioni previdenziali sono state espulse dal circuito produttivo e sono andate ad ingrossare il monte delle pensioni, innalzando la media delle erogazioni a 55mila euro l’anno.
Le indennità di disoccupazione e di cassa integrazione, le integrazioni ai contratti di solidarietà fino al 60% dello stipendio perso (di recente ridimensionate) stanno erodendo, giorno dopo giorno, il castelletto accumulato con i sacrifici di generazioni di giornalisti  per assicurare pensioni dignitose.
Nell’ultimo bilancio consuntivo conosciuto (2011), gli introiti contributivi sono stati di 392,7 milioni di euro mentre le uscite complessive di 416,8 milioni, un rosso di quasi 25 milioni di euro che dovrebbe arrivare a 30 milioni con il bilancio 2012.
Al di là del rigoroso rispetto dei compiti previdenziali, il legame della solidarietà tra colleghi e tra generazioni ha distinto l’Inpgi fin dalla sua nascita, ed  è una caratteristica della sua autonomia. Ma ora si rischia di finire a carte e quarantotto per riempire un pozzo senza fine.
All’Istituto stanno studiando le contromisure possibili. Una  pista percorribile può essere indicata dalla riforma Fornero del lavoro che ha promosso la costituzione dell’Aspi, l’assicurazione sociale per l’impiego destinata a soccorrere tutte le forme di ammortizzatori sociali, oggi dispersi in mille rivoli. L’Aspi è finanziata dal datore di lavoro con un contributo di 1,31% a lavoratore più 1,4% per i contratti a termine.
Per quanto riguarda l’Inpgi, si potrebbe costituire allo scopo un pilastro assicurativo d’intesa fra le parti sociali, magari in vista del rinnovo del contratto giornalistico, al fine di stornare dal costo delle pensioni le spese per gli ammortizzatori sociali, il cui peso sta diventando insopportabile.
Penso che sia interesse comune compiere un piccolo sacrificio nei giorni migliori per sventare le incognite dei tempi grami che possono capitare a chiunque. E qui possono inserirsi con fierezza i giornalisti pensionati offrendo il loro fondo di perequazioni come pietra miliare di un’assicurazione sociale per i loro colleghi più giovani e alla prese con una crisi che non hanno voluto e che i più anziani non hanno vissuto.

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