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Giornalisti: dalla Siria al Mali assassinii e bavagli

In Mali è “blackout mediatico” imposto dai militari

ROMA – Per i giornalisti il 2013 comincia così come è finito l’anno scorso. Giornalisti assassinati e media che hanno accesso “guidato” alle notizie. I giornalisti morti in Siria e in Somalia, un giornalista ancora una volta incarcerato in Thailandia per aver criticato il re.
La Federazione dei giornalisti nepalesi ha denunciato che 22 giornalisti sono stati costretti a scappare da Dailekh, nel nord ovest del Nepal, e a rifugiarsi nella vicina Surkhet, in seguito a minacce di sostenitori del Partito Comunista maoista del Nepal del primo ministro Jagat Napal: i giornalisti stavano protestando contro il presunto tentativo di fermare un’inchiesta sull’uccisione di un giornalista nel 2004, eseguito dai maoisti.
In Europa il caso di Artur Baptista da Silva, che ha convinto i media del Portogallo, che lo intervistavano, di essere un esperto di economia critico col governo. Per quasi un anno Artur Baptista da Silva si è spacciato, con successo, per un ex consulente di un politico portoghese, ex consigliere della Banca Mondiale, ex ricercatore finanziario per le Nazioni Unite, ex professore negli Stati Uniti. I suoi guai sono iniziati quando alcuni rappresentanti delle Nazioni Unite hanno confermato che non aveva mai preso parte a nessun progetto, come invece aveva spiegato. Poi è stato  dimostrato che i suoi titoli universitari erano falsi e che i documenti, che aveva presentato, appartenevano ad altre persone. Lui ha denunciato una “caccia alle streghe” mediatica. Ora si trova in custodia cautelare in carcere, in Portogallo.
Poi ci sono i media cechi. E, ancora, in Venezuela, dove nessuno riesce a incontrare il presidente Chavez per testimoniarne le condizioni di salute. E, infine, la guerra invisibile del Mali. I giornalisti sono accampati, “embedded”, a Bamako a migliaia di chilometri dal fronte. L’esercito francese non rilascia permessi per spostarsi nel paese, né per allontanarsi da Bamako. I media sono condotti nei luoghi degli scontri, solo dopo che le truppe francesi hanno ripulito il campo di battaglia o di bombardamento. Sul fronte e ovunque le operazioni siano in corso, le comunicazioni sono state tagliate, rendendo impossibile verificare in modo indipendente ciò che sta avvenendo. 
Quando i giornalisti sono autorizzati a “interagire” con le truppe francesi, possono solo testimoniare storie marginali sulla logistica di guerra. I funzionari francesi organizzano conferenze stampa a Bamako in cui vengono riferite notizie che fanno riferimento ai media parigini. La mancanza di libertà di movimento ha anche attirato le critiche di gruppi di soccorso internazionale. L’esercito del Mali ha limitato l’accesso non solo ai media e ai giornalisti, ma anche alle organizzazioni dei diritti umani anche in zone sicure come Konna e Sevare. I media internazionali e l’organizzazione “Reporters sans frontières” hanno denunciato il “blackout mediatico” imposto dai militari francesi e del Mali.
“In tempi di conflitto spetta ai giornalisti e ai media, e non ai militari, determinare i rischi che si é disposti a prendere per raccogliere informazioni, – dice Destin Gnimadi, giornalista del quotidiano del Mali “Le Prétoire” – siamo frustrati dal comportamento dei militari, che non ci permettono di andare sul campo”.
Ci sono rapporti che dicono che i gruppi armati hanno centinaia di bambini soldato nelle loro fila. E’ sempre difficile per i media testimoniare quanto sia sporca la guerriglia o anche la guerra convenzionale. Ma qui nessuno sa nemmeno dove siano detenuti i prigionieri di guerra, né come sono trattati. Non lo sa Julie Remy, medico dell’organizzazione umanitaria Senza Frontiere, né la Croce Rossa. Medici senza frontiere ha curato 30 persone a Timbuktu, ma nessuno dei feriti nei combattimenti a Gao o in quelli di Ansongo. Chi ha visitato l’ospedale di Gao, da quando sono iniziati i combattimenti, ha detto di aver visto decine di corpi di combattenti ribelli uccisi. Il presidente francese Francois Hollande sta chiaramente cercando di non impantanarsi in un estenuante conflitto impopolare in Francia e in Mali. Ma un politico, Oumar Mariko, chirurgo, ex leader studentesco, amministratore delegato di una emittente privata e più volte candidato dell’opposizione alle presidenziali in Mali, denuncia che i francesi stanno cercando di gestire il modo in cui viene percepita la guerra: “Conosciamo solo la loro versione dei fatti, nient’altro”.