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La Corte Costituzionale boccia la decisione assunta lo scoro anno dal Governo Berlusconi. Interessati 930 giornalisti

Illegittimo il taglio delle pensioni superiori a 90 mila euro

Pierluigi Franz

Pierluigi Roesler Franz

ROMA – E’ illegittimo e discriminatorio il taglio delle pensioni pubbliche e private di importo superiore ai 90 mila euro lordi l’anno deciso nell’estate di un anno fa dal Governo Berlusconi. Lo ha lasciato chiaramente intendere la Corte Costituzionale al punto 7.3.3.2 della motivazione della sentenza n. 241, depositata oggi in cancelleria che interessa in tutta Italia decine di migliaia di contribuenti (solo i giornalisti sono 930).
Infatti, secondo i giudici della Consulta, il contributo previsto a carico dei trattamenti pensionistici corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatorie  “ha natura certamente tributaria, in quanto costituisce un prelievo analogo a quello effettuato sul trattamento economico complessivo dei dipendenti pubblici” già dichiarato illegittimo venti giorni fa con la sentenza n. 223 del 2012.
La norma contestata, infatti, “integra una decurtazione patrimoniale definitiva del trattamento pensionistico, con acquisizione al bilancio statale del relativo ammontare, che presenta tutti i requisiti richiesti dalla giurisprudenza di questa Corte per caratterizzare il prelievo come tributario”.
Tuttavia, solo per un motivo tecnico, cioè per un “pasticcio giuridico”, la Consulta non ha potuto dichiarare l’incostituzionalità del taglio introdotto dall’art. 18, comma 22-bis, del decreto-legge 6 luglio 2011 n. 98 in base al quale era previsto un contributo di perequazione per trattamenti pensionistici i cui importi complessivamente superino 90.000 euro lordi annui, pari al 5 per cento della parte eccedente il predetto importo fino a 150.000 euro, al 10 per cento per la parte eccedente 150.000 euro ed al 15 per cento per la parte eccedente 200.000 euro. Tale norma era stata poi convertita nella legge 15 luglio 2011 n. 111.
Appena un mese dopo, però, il 13 agosto 2011 il Governo Berlusconi aveva varato un secondo decreto legge n. 138 che nel primo comma dell’art. 2 aveva abrogato il comma 22-bis dell’art. 18 del decreto-legge n. 98 del 2011, sostituendo il comma non convertito con una disposizione che si era limitata a riaffermare la perdurante efficacia della norma precedente («le disposizioni di cui agli articoli 18, comma 22-bis, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, continuano ad applicarsi nei termini ivi previsti rispettivamente dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2013 e dal 1° agosto 2011 al 31 dicembre 2014»).
Per la Corte Costituzionale “non può obiettarsi, al riguardo, che il comma 22-bis dell’art. 18 del decreto-legge n. 98 del 2011 è stato abrogato, con effetto irreversibile, ad opera del comma 1 dell’art. 2 del decreto-legge n. 138 del 2011, ancorché il decreto non sia stato convertito in legge sul punto. In realtà, con la mancata conversione, la stessa abrogazione è venuta meno, con effetto retroattivo, cosí da determinare la reviviscenza del comma 22-bis abrogato dal decreto non convertito (art. 77, terzo comma, Cost.: «I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge […]»).
Solo per questo motivo “tecnico” la Corte non ha potuto dichiarare già sin da oggi incostituzionale il taglio delle pensioni perché la Regione Sicilia aveva presentato ricorso contro il decreto legge n. 138, ma non anche contro il decreto legge n. 98 del 2011.
L’affermazione di principio da parte della Consulta è comunque chiarissima e inequivocabile sulla illegittimità del taglio operato dal governo Berlusconi su tutte le pensioni pubbliche e private superiori ai 90 mila euro lordi l’anno.
Per evitare, da un lato, un enorme ed inutile contenzioso davanti alla magistratura di tutta Italia e, dall’altro, un consistente buco nel bilancio dello Stato spetterà ora al governo Monti intervenire al più presto con una nuova norma ad hoc che con equità ed equilibrio colpisca indistintamente tutti i contribuenti italiani al di sopra di un certo reddito, e non più solo i pensionati pubblici e privati come sta, purtroppo, avvenendo oggi.
Pierluigi Roesler Franz
Presidente del Gruppo Romano Giornalisti Pensionati

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