Anno X numero
Agenda2018
Manifesto
Convenzioni
Contratti

Modulistica e Informazioni

Modulistica
Modulistica
Modulistica
Modulistica
Varie
Agenda2018

Un autentico trionfo per lo scrittore arbëreshë nato a Carfizzi (Kr). A Dacia Maraini il Premio alla carriera

Il 50° Premio Campiello al calabrese Carmine Abate

Mauretta Capuano

Carmine Abate con la Vera da Pozzo simbolo del Campiello

VENEZIA – Questa volta Carmine Abate, già fra i cinque autori finalisti del Campiello nel 2004 con “La festa del ritorno”, è riuscito a superare tutti e anche con un notevole distacco sugli altri autori diventati “suoi amici” in questi mesi di appuntamenti in giro per l’Italia del premio promosso da Confindustria Veneto.
Con la sua saga di una famiglia “davvero speciale” raccontata ne “La collina del vento” (Mondadori), lo scrittore arbëreshë, la comunità albanese che vive in Calabria, è il supervincitore della cinquantesima edizione del Premio Campiello con 98 voti, 40 più di Francesca Melandri che con “Più alto del mare” (Rizzoli) ne ha avuti 58.
Durante lo spoglio la scrittrice, che indossava un abito confezionato dalla figlia quindicenne, è stata per lungo tempo a pari merito con Abate nella serata finale del premio al Teatro La Fenice, condotta da Bruno Vespa e trasmessa su Rai1.
“Dedico il premio a mia moglie e ai miei figli” ha detto Abate stringendo fra le mani la Vera da Pozzo, simbolo del Campiello, e con emozione ha aggiunto: “in questo cinquantenario del premio è una responsabilità ancora più grande scrivere storie non solo intriganti ma impegnate come questa. Mi sembra tutto un sogno. Un po’ me lo aspettavo, ma non questo grande distacco. Tutto è andato oltre ogni rosea aspettativa”, ha sottolineato Abate, che è emigrato in Germania con la famiglia e ora vive a Trento e dice di sentirsi un “autore multiculturale”.
La storia della famiglia Arcuri raccontata ne “La collina del vento’”, spiega, è piaciuta “perché dà speranza”. Grande festa anche per la Mondadori che dopo Alessandro Piperno, vincitore del Premio Strega, si è aggiudicata così in una sola annata anche l’altro più ambito premio letterario italiano.
Terzo il sardo Marcello Fois con “Nel tempo di mezzo” (Einaudi), 49 voti, che nel corso della serata che ha visto la partecipazione di Arisa, Gigliola Cinquetti e Anna Valle, ha voluto ricordare i minatori del Sulcis. “Sono figlio unico ma ho molti fratelli che sono sottoterra e non sono morti”, ha detto Fois.
Al quarto e ultimo posto i due giovani autori di questa edizione – che ha visto Arisa cantare fra l’altro La notte -: Marco Missiroli con “Il senso dell’elefante” (Guanda), 36 voti, e il veneziano Giovanni Montanaro con “Tutti i colori del mondo” (Feltrinelli), 32 voti.
Premio alla carriera a Dacia Maraini, che ha parlato del valore della letteratura come testimonianza. “La letteratura non può cambiare il mondo, può aiutare a capire meglio dove stiamo andando. E’ importante – ha detto la scrittrice – lavorare con la memoria. Non mi sembra la letteratura sia in crisi come la situazione economica. E’ in buone condizioni”.
La giuria dei Trecento Letterati, dei quali hanno votato 273, era composta da 22 casalinghe, 50 imprenditori, 92 lavoratori dipendenti, 76 liberi professionisti e rappresentanti istituzionali, 36 pensionati e 24 studenti e fra i giurati noti c’erano Samuele Bersani, Paolo Guzzanti e Gaetano Pesce. (Ansa)

Figlio di emigrati, in Germania ha lavorato in fabbrica e nei cantieri edili

Carmine Abate è nato a Carfizzi (KR) il 24 ottobre 1954. Ha studiato in Italia e si è laureato all’Università di Bari. Successivamente ha vissuto in Germania e, da oltre dieci anni, vive nel Trentino, dove esercita la professione di insegnante. Figlio di emigrati, dal 1971 ha cominciato a fare la spola tra il paese e Amburgo, dove ha trascorso in famiglia le vacanze estive lavorando in fabbrica e nei cantieri edili.
Il suo primo libro di poesie risale al 1977: Nel labirinto della vita, (Juvenilia, Roma). Come narratore esordisce in Germania con la raccolta di racconti Den Koffer und weg!, (Neuer Malik, Kiel 1984).
Lo stesso anno pubblica Die Germanesi, una ricerca empirica socio-antropologica sull’emigrazione svolta con Meike Behrmann (Campus, Frankfurt-New York 1984; ed it., I Germanesi, Pellegrini, Cosenza 1986, ristampata in nuova ed. da Ilisso Rubbettino nel 2006).
Dirige la collana “Biblioteca Emigrazione” (Pellegrini Editore) per la quale ha curato In questa terra altrove (1987), un’antologia di testi letterari di emigrati italiani. Successivamente ha pubblicato una raccolta di racconti Il muro dei muri da giugno 2006 in nuova edizione (Oscar Mondadori, pp. 210, euro 8.40) e nel 1991 è uscito il suo primo romanzo Il ballo tondo, attualmente alla terza edizione (Piccola biblioteca Oscar Mondadori, 2005), pubblicato in prima edizione da Marietti (Genova) e in seconda edizione da Fazi (Roma, 2000).
Nel 1996 pubblica un libro di poesie Terre di andata (Argo). Nel 1999 esce il romanzo La moto di Scanderbeg (Fazi, Roma 1999; ed. tascabile 2001, Oscar 2008). Nel 2002 esce il romanzo Tra due mari (Mondadori, 2002, Oscar 2005) vincitore di numerosi prestigiosi premi.
Nel 2004 esce il romanzo La festa del ritorno (Mondadori, 2004) vincitore del “Premio Napoli”, “Premio Selezione Campiello” e Premio Corrado Alvaro e di cui sono stati opzionati i diritti cinematografici.
Nel 2006 pubblica il romanzo Il mosaico del tempo grande (Mondadori, 2006, Oscar 2007).  Nel 2008 scrive il romanzo Gli anni veloci (Mondadori, 2008), vincitore del Premio Tropea e attualmente alla terza edizione.
Nel 2010 scrive il libro di racconti Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) e la raccolta di poesie e proesie Terre di andata (Il Maestrale). La sua ultima creatura è il romanzo La collina del vento (Mondadori, 2012).
I suoi libri, vincitori di numerosi premi, sono tradotti in Germania, Francia, Olanda, Grecia, Portogallo, Albania, Kosovo, Usa e in corso di traduzione in arabo.

La collina del vento

Impetuoso, lieve, sconvolgente: è il vento che soffia senza requie sulle pendici del Rossarco, leggendaria, enigmatica altura a pochi chilometri dal mar Jonio. Il vento scuote gli olivi secolari e gli arbusti odorosi, ulula nel buio, canta di un antico segreto sepolto e fa danzare le foglie come ricordi dimenticati.
Proprio i ricordi condivisi sulla “collina del vento” costituiscono le radici profonde della famiglia Arcuri, che da generazioni considera il Rossarco non solo luogo sacro delle origini, ma anche simbolo di una terra vitale che non si arrende e tempio all’aria aperta di una dirittura etica forte quanto una fede.
Così, quando il celebre archeologo trentino Paolo Orsi sale sulla collina alla ricerca della mitica città di Krimisa e la campagna di scavi si tinge di giallo, gli Arcuri cominciano a scontrarsi con l’invidia violenta degli uomini, la prepotenza del latifondista locale e le intimidazioni mafiose.
Testimone fin da bambino di questa straordinaria resistenza ai soprusi è Michelangelo Arcuri, che molti anni dopo diventerà il custode della collina e dei suoi inconfessabili segreti.
Ma spetterà a Rino, il più giovane degli Arcuri, di onorare una promessa fatta al padre e ricostruire pezzo per pezzo un secolo di storia familiare che s’intreccia con la grande storia d’Italia, dal primo conflitto mondiale agli anni cupi del fascismo, dalla liberazione alla rinascita di un’intera nazione nel sogno di un benessere illusorio.
Carmine Abate dà vita a un romanzo dal ritmo serrato e dal linguaggio seducente, che parte da Alberto, il tenace patriarca, agli inizi del Novecento, passa per i suoi tre figli soldati nella Grande Guerra e per tutte le sue donne forti e sensuali, e giunge fino a Umberto Zanotti-Bianco, all’affascinante Torinèsia e all’ultimo degli Arcuri, uomo dei nostri giorni che sceglie di andare lontano.
La collina del vento (Mondadori, pagine 264, euro 17,50) è la saga appassionata e coinvolgente, epica ed eroica di una famiglia che nessuna avversità riesce a piegare, che nessun vento potrà mai domare.

I commenti sono chiusi.