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Il vescovo-giornalista di Locri-Gerace, al Santuario di Polsi, davanti a migliaia di pellegrini per la festa della Madonna

“Perdono ai mafiosi, ma non a buon mercato”

Mons. Giuseppe Fiorini Morosini

Il Santuario della Madonna di Polsi

POLSI (Reggio Calabria) – “Non abbiamo timore di affermare che la Chiesa predica il perdono per tutti, anche per i mafiosi. Ma non a buon mercato”.
Lo ha detto mons. Giuseppe Fiorini Morosini, vescovo-giornalista di Locri-Gerace, iscritto al Sindacato Giornalisti della Calabria e all’Ucsi Calabria, nel corso della messa per la Festa Madonna di Polsi davanti a migliaia di pellegrini.
“Noi siamo seguaci di Cristo e quindi diciamo che c’é perdono per tutti. Certamente il perdono non viene dato a buon mercato. Come ha fatto Cristo, chiameremo tutti alla conversione”.

Il discorso per la Processione Eucaristica

Carissimi fratelli,
Alla vigilia della festa della Vergine è risuonato ancora una volta in questa valle benedetta il grido dell’Apostolo con il quale veniamo invitati a compiere l’atto di fede essenziale e fondamentale per il cristiano: riconoscere che Gesù Cristo è il mediatore tra Dio e l’uomo, e che con il suo sacrificio ci ha riconciliati con Dio e ci ha aperto la strada della riconciliazione anche tra noi: Lasciatevi riconciliare con Dio.
Attorno all’Eucarestia ancora una volta noi riconosciamo che abbiamo bisogno di riconciliazione e che essa ci viene offerta proprio dal Sacrificio di Cristo sulla croce, che noi rinnoviamo nella celebrazione della S. Messa, che unisce in sé il valore di sacrificio e di banchetto di amore e di fraternità.
Dinanzi a Gesù presente vivo e vero nell’Eucarestia noi riconosciamo che mediante lui noi abbiamo accesso a Dio e, riconciliati con lui, abbiamo la strada aperta per riconciliarci con noi stessi e con gli altri.
Voglio invitarvi, perciò, carissimi fratelli, a riflettere su alcune riconciliazioni, necessarie oggi per riprendere un cammino di speranza.
Abbiamo bisogno di riconciliarci con Dio
Nel clima dell’attuale progressiva scristianizzazione, dobbiamo riconsiderare il nostro modo di concepire Dio. Egli non è rivale della nostra gioia; la sua legge non è strumento di violenza nei confronti della nostra libertà. Ricordiamo il detto dei Padri: La gloria di Dio è l’uomo vivente, quando questa vita è conforme alla legge di Dio e conforme alla natura stessa dell’uomo. Facciamo tesoro della storia e ricordiamo che quando l’uomo si è allontanato da Dio e dalla sua legge, ha fatto un passo indietro nel cammino della sua civiltà, se non addirittura precipitato nella barbarie.
Abbiamo bisogno di riconciliazione con noi stessi
La ritrovata comunione con Dio apre la porta anche alla nostra riconciliazione interiore, che consiste in quell’equilibrio tra diritti e doveri, che fa di ciascuno di noi membri attivi della società e non zavorra da trascinare. E’ la coscienza pacificata con se stessa.
Ancora una volta da questa valle lancio un appello a tutti voi fedeli della Locride e calabresi tutti: il futuro non ce lo darà nessuno, siamo noi che dobbiamo conquistarlo con un esame di coscienza rigoroso  sulla nostra apatia, sulle nostre inefficienze, sulle nostre meschine furbizie, che hanno reso inefficace ogni tentativo di ricostruzione del nostro territorio. Ma invito altresì le istituzioni ad ogni livello a non lasciarci soli in questo cammino e a riconoscere altresì le loro inefficienze. Basta considerare solo il problema della strada di accesso a questo santuario, per la quale speriamo e sempre e attendiamo. Ringraziamo quanti stanno già lavorando in tal senso, ma sollecitiamo ad impegnarsi coloro che potrebbero fare qualcosa in più.
Abbiamo bisogno di riconciliarci con la storia
Noi sappiamo come spesso siamo guardati e giudicati malamente per alcuni errori della nostra storia passata, dimenticando che la nostra storia non abbraccia solo 150 anni, che sono quelli segnati dalla mafia, ma si misura al ritmo di millenni. Anche questo nostro santuario la subito la stessa sorte e non riesce a scrollarsi di dosso l’associazione alla storia della criminalità organizzata.
Noi oggi i lati oscuri della nostra storia li vogliamo accettare, guardarli in faccia con coraggio e determinazione, sapendo di avere anche altro da offrire della nostra storia passata; e soprattutto vogliamo realizzare altro nel nome di Dio. Soffriamo interiormente ma non ci abbattiamo, ma vogliamo scrivere pagine nuove.
Abbiamo bisogno di riconciliarci con la vita
E’ una mentalità nuova che dobbiamo acquisire nei confronti della vita, nel senso che siamo chiamati a valutarla secondo i criteri del bene che ci vengono da Gesù, che ha detto: Io sono venuto per darvi la vita e darvela in abbondanza. E per darcela non ha esitato a morire. E la vita, che ci ha dato con la sua morte, sono i beni di questa vita terrena, che sono la felicità, la serenità, il rispetto reciproco, l’assenza di violenza e di paura. Dobbiamo riconciliarci con questo ideale di vita, che esige da ciascuno di noi rispetto degli altri, del bene comune, della legalità, della giustizia, della rinuncia alla violenza, alle sopraffazioni, alle intimidazioni, della disponibilità alla riconciliazione e al perdono.
La triste storia del passato e certe forme di vita oggi, con le faide, i sequestri di persone, gli attentati, i traffici illeciti di droga e di armi, l’usura,  ci devono far riflettere sull’opportunità di questa riconciliazione con la vita e con tutto ciò che riconduce alla vera felicità. Quelle forme di vita che abbiamo enumerate non ci danno felicità, ma creano l’abisso del nostro male: il carcere, la divisione delle famiglie, l’odio, la paura della vendetta, la paura di vedere figli drogati e deviati. In queste situazioni non c’è felicità nella famiglie e lo sapete benissimo voi che mi ascoltate.
Abbiamo bisogno di riconciliarci con la semplicità e l’umiltà della nostra cultura
Il consumismo e il desiderio smodato di avere sempre di più e di navigare nel benessere a buon mercato, senza lavorare e senza il minimo sacrificio da parte nostra, ci ha contagiati e ci ha fatto perdere alcuni beni della nostra cultura: la semplicità, l’accoglienza, la laboriosità, l’umiltà, l’amore al lavoro anche umile.
E’ necessario tornare indietro. La vita vale ed è bella se sappiamo coltivare i valori anche semplici ed umili: il culto della famiglia senza alcuna prevaricazione dell’uomo sulla donna, del forte sul più debole; il rispetto  e l’onorabilità non fondati sulla paura delle armi e dei ricatti ma sul bene praticato; l’accoglienza e la condivisione non come forzato contributo sotto minaccia, ma come dono gratuito. Mi rivolgo soprattutto a voi giovani: non cercate un rispetto e un onore imposto con la paura della pistola o del coltello che si porta in tasca, ma sui valori della rettitudine di vita e del dono, come Gesù ci ha insegnato.
Abbiamo bisogno di riconciliarci con la pietà popolare
Nel senso che dobbiamo purificarla da quelle residue incrostazioni che spesso tengono in piedi la separazione  tra fede e vita e non lasciano incarnare il Vangelo nel nostro agire quotidiano. tale separazione ha toccato punte gravi, quando abbiamo visto immagini di santi o il libro della Bibbia in nascondigli di criminali. Ma non solo questo tipo di separazione dobbiamo temere, ma anche quella più diffusa che pretende coniugare pratiche religiose e devozioni ai santi con atteggiamenti  non consoni alla morale cristiana. Per in resto la Chiesa non ha timore di difendere la religiosità popolare, di accoglierne le manifestazioni e di benedirle.
Miei cari, ancora una volta le parole di Paolo riecheggino nei nostri cuori: lasciatevi riconciliare con Dio. Tra stasera e domani abbiamo tutto il tempo di compiere il primo grande gesto di riconciliazione, che è quello di confessarci dal sacerdote per poter ricevere la grazia del perdono, accostarci all’Eucarestia e così ripartire di nuovo con speranza.
Ce lo conceda il Signore per intercessione di Maria.
+ Giuseppe Fiorini Morosini
vescovo di Locri-Gerace

L’omelia per la Festa della Madonna

Carissimi fratelli,
1. Celebrando ogni anno la festa della Madonna della Montagna, liturgicamente detta Madre del divino Pastore, noi sentiamo echeggiare in questa valle l’invito che il profeta Isaia rivolgeva a tutto il creato, riflettendo sulla misericordia di Dio verso il suo popolo: Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri.
E’ un invito cosmico generato dalla gioia profonda dell’esperienza religiosa dell’incontro con Dio, che dona pace e serenità; genera speranza e fa riprendere con forza rinnovata il cammino della vita; rinsalda i cuori nei propositi di bene e fa essere protagonisti coraggiosi del proprio futuro.
2. E’ quanto possiamo costatare ogni anno a Polsi nella circostanza della festa di Maria, quando ci accostiamo con rispetto e senza alcun preconcetto alla religiosità del popolo, che accorre numeroso in questa valle, affrontando i sacrifici di un cammino accidentato. E’ quanto ci ha insegnato un grande maestro della teologia, cresciuto nel contesto di questa devozione popolare, il compianto P. Stefano De Fiores, recentemente scomparso, che con la sua fede e acume mentale ha saputo dare alla pietà popolare dignità teologica.
3. Qual è lo spettacolo di fede che qui si sperimenta? La gente arriva qui cantando e suonando; poi, quando varca la soglia della chiesa, si compone in religioso silenzio e comincia a sfilare pregando, guardando verso la statua che troneggia sull’altare. Raggiunto l’altare, guarda intensamente l’immagine di pietra della Madonna, manda a lei un accorato bacio con le lacrime agli occhi, ed esce per completare le sue devozioni e sciogliere i suoi voti con l’offerta e l’acquisto di oggetti religiosi, che serviranno durante l’anno a far rivivere a lui, o ai parenti ed amici impossibilitati a fare il pellegrinaggio, l’esperienza dell’incontro con Maria. All’ora convenuta poi c’è l’ascolto della S. Messa con la santa comunione, preparata dalla confessione sacramentale. Alcuni all’incontro con la Maria arrivano scalzi, o percorrono in ginocchio il tratto dalla porta della Chiesa all’altare. E’ gente non esaltata, ma che porta una pena grande nell’animo o deve ringraziare per una grande grazia ricevuta, e allora ben venga il sacrificio di alcuni momenti, quando si hanno come contrappeso al sacrificio impostosi fattori drammatici.
4. Tutto il resto, il canto, il ballo al suono di organetto, la condivisione festosa del cibo con parenti e amici, è la manifestazione della gioia per l’incontro avvenuto con Dio mediante la Vergine; appartiene a quell’inno cosmico, al quale Isaia invitava il cielo, la terra, i monti, che con le loro altezze sembrano godere più di ogni altra creatura della vicinanza di Dio: Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri.
5. Carissimi fratelli, dobbiamo accostarci alla pietà popolare non giudicandola nelle sue manifestazioni esteriori come prodotto sotto culturale; essa, certamente, va anche purificata nelle sue manifestazioni e la Chiesa è molto attenta a questo, procedendo con la prudenza che la contraddistingue, consapevole che non si può giocare con il cuore dell’uomo. La pietà popolare va invece giudicata per i contenuti che esprime. Ed essi sono la fiducia profonda in Dio e l’abbandono alla sua provvidenza, spesso come ultimo baluardo della propria sofferenza e forse della propria disperazione.
6. Un vuoto sperare? Una illusione iniettata nelle coscienze per addormentare e non far sentire il dolore della sconfitta dell’uomo dinanzi al male? Quel male che va dalla malattia all’insuccesso, dalla violenza delle forze della natura alla violenza voluta dall’uomo che si scaglia contro il fratello, dall’inganno di chi avrebbe dovuto amarci al cinismo di chi approfitta della sofferenza altrui per costruire il proprio benessere.
No, la speranza che si coltiva a Polsi nasce da una certezza, che abbiamo ascoltato da Paolo: il Figlio di Dio si è fatto uomo come noi, nascendo da donna, nascendo sotto la legge. Paolo con questi incisi, donna e legge, dice tutta la teologia del mistero dell’incarnazione che il popolo credente intuisce con il suo acume di fede, anche senza tante eccessive disquisizioni teologiche. Nel vedere l’immagine di Maria con il Figlio il fedele comprende che, proprio attraverso la condivisione della vita dell’uomo, Gesù è stato capace di compatire, di usare misericordia, di incoraggiare, di dare forza all’uomo, anche al peccatore più incallito; e con la sua risurrezione ha dato senso alla speranza dell’uomo, che lotta per il bene. Agli apostoli Gesù disse: non abbiate paura, io ho vinto il mondo.
E il credente accoglie tutto questo dalla testimonianza viva di altre persone, che a ritroso ci portano ai primi testimoni diretti di Gesù di Nazaret, del mistero della sua vita, della sua morte e della sua risurrezione. Quante parte dell’umano sapere, a partire dalla storia, non si acquisisce in questo modo, cioè dalla testimonianza di altri che hanno visto, hanno creduto, ed hanno testimoniato?
La nostra fede si riannoda a quella testimonianza espressa così da Giovanni: Quello che abbiamo visto, udito e toccato del Verbo della vita, questo noi vi annunziamo, perché la nostra gioia sia anche la vostra gioia. Ecco perché il popolo qui a Polsi grida con Isaia: Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri.
7. Dalla fiducia verso il Figlio Gesù il popolo fedele non ha mai dissociato la Madre Maria; perché, come S. Paolo ha scritto, il Salvatore dell’umanità è nato da donna, cioè ha assunto da Maria la natura di creatura limitata, sofferente, esposta ad ogni pericolo e violenza. Ecco perché ella partecipa fortemente della speranza che il popolo nutre verso Dio. A lei guardiamo perché sappiamo che sta accanto a Gesù e veicola verso di noi tutto ciò che Gesù ha meritato per noi e che oggi ci dona, per renderci la vita meno difficile e noi più coraggiosi e forti nell’affrontarla. In lei deponiamo le nostre preghiere e le nostre attese. La speranza cristiana, predicata dalla Chiesa, non è un invito a tuffarsi nell’illusione di una vita esente da problemi e sacrifici. Chi crede sa che ciò è impossibile. La speranza è la certezza che il male sarà vinto perché Gesù ha vinto la morte. Ma questa vittoria segue i ritmi della Provvidenza di Dio. Avendo davanti agli occhi questo tipo di speranza, il credente sa di essere sostenuto da Cristo e da Maria nella fatica quotidiana, per la quale si affida al cielo e prega.
8. Se si vuole guardare la devozione popolare con i suoi riti e le sue pratiche, che alcune volte, è vero, sono strani, con gli occhi di chi cerca di capire oggettivamente e non di giudicare soggettivamente, secondo il proprio punto di vista, o addirittura secondo i propri preconcetti, ci rendiamo conto che è a questo bisogno di essere salvati o sorretti che bisogna guardare. Il dolore, lo sconforto e la disperazione del cuore dell’uomo alcune volte sono veramente profondi perché l’uomo non possa sentirsi schiacciato. Quando tutti i varchi della speranza umana sono stati aperti e chiusi senza alcun rimedio, allora è solo quello della fede a rimanere aperto; e la Chiesa ci insegna che esso non si chiude mai, neanche dinanzi ai peccati più gravi, anche se attraversato con gesti e riti discutibili, che certamente la Chiesa si impegna a correggere, ma dinanzi ai quali non si scandalizza.
9. La Chiesa non vuole assecondare alcun fanatismo religioso né contribuire all’esaltazione emotiva di massa. Non mancano certamente atteggiamenti e manifestazioni nei quali la massa è protagonista e si lascia trascinare da manifestazioni di entusiasmo; ma a Polsi basta sedersi in chiesa e osservare da lontano, discreti e indisturbati, l’avvicendarsi della gente al confessionale, o lo scorrere lento di fronte alla statua, per accorgersi che i pellegrini hanno tutt’altro da pensare che alla esaltazione emotiva. Malattia, disoccupazione, povertà, divisioni familiari, rimorso per il male commesso, carcerazioni ecc. sono pesi insopportabili che spingono alle lacrime e al gesto di fiducia verso la Vergine.
10. Dinanzi alla Madonna si sperimenta la fede e la speranza di Abramo, del quale la Scrittura dice che ebbe speranza contro ogni speranza. La gente sa che i problemi che porta dentro non spariranno per miracolo; è consapevole che la malattia farà inesorabilmente il suo tragico corso, che il carcere del papà segnerà inesorabilmente la crescita di un ragazzo, e che sarà duro andare avanti nella ristrettezza economica. Eppure sta lì davanti alla Madonna a chiedere forza e a sperare. Lei e il Figlio Gesù hanno conosciuto il patire, capiscono perciò quello che la gente porta con sé, e così la pace riempie il cuore. Ci troviamo dinanzi alla comune sofferenza che lega tutti gli uomini, credenti o no. Ma nei credenti la sofferenza viene sorretta dalla fiducia e dall’abbandono in Dio. La fede raggiunge in questa certezza di essere capiti ed essere sorretti il culmine del suo dispiegarsi dal cuore dei credenti. La pietà popolare va letta e capita a partire soprattutto dal dolore dell’uomo.
11. Certo, in tanti esiste il problema della dissociazione della fede dalla vita. E’ un dato serio che il Papa ha invitato ad affrontare e risolvere con il prossimo anno della fede. Nella nostra azione pastorale non ci stanchiamo di richiamare alla coerenza. Ma remano contro il nostro impegno l’ignoranza religiosa e certi arroccamenti sulla tradizione, che meravigliano in gente acculturata ed evoluta in altri settori. In questo anno della fede intensificheremo in tal senso la nostra azione pastorale.
12. I fedeli non hanno timore di ritornare ogni anno a Polsi con lo stesso carico di pene; non si sentono delusi o ingannati da Dio o dalla Vergine se nulla è cambiato nella loro vita rispetto all’anno precedente. Sanno di trovare soprattutto Lei, la Madonna, accogliente e generosa come con la cugina Elisabetta, presso la quale corse per sostenerla nel momento difficile del parto. Qui tornano a sperimentare le parole del profeta: il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri.
La pietà popolare è soprattutto ricerca di conforto e di speranza, sulla base della fede nella risurrezione del Signore.
13. Carissimi fedeli,
Non vergognatevi della vostra fede, dei vostri gesti di pietà, della vostra spontaneità, del vostro dialogo semplice con Dio. Solo, riempite di contenuti di vita questa vostra devozione e pietà. Non sono migliori di voi quanti ostentano fiducia nella ragione, ma schiacciati come voi dal peso della sofferenza. Questa vostra fede semplice e piena di fiducia è il tesoro di Polsi. Non lo vogliamo né perdere, né sciupare, con buona pace di chi vuole dettare legge su come Polsi dovrebbe essere o diventare. Polsi è già se stessa, perché Polsi siete voi e la vostra fede, che non vogliamo barattare con le fredde elucubrazioni della ragione, che non sempre danno forza e coraggio alla vita.
Portate da questo santuario le bellissima esperienza di fede e fiducia in Dio. Raccontate alla gente la gioia e la pace che qui si sperimentano, la forza che si ottiene per riprendere il cammino della vita.
Con il profeta ripetete in mezzo a parenti ed amici: Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri.
+ p. Giuseppe Fiorini Morosini
Vescovo di Locri-Gerace

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