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Mostra del Cinema: al via la “Settimana della critica”

VENEZIA – Storie di acqua e siccità, sottili complicità e solidarietà in Medio Oriente. Si apre così, con il dialogo tra palestinesi e israeliani, il film fuori concorso “Water” la cui regia è stata coordinata dall’israeliana Yael Perlov, prodotto dall’Università di Tel Aviv, la ventisettesima edizione de “La Settimana Internazionale della Critica”, promossa ed organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) in collaborazione con La Biennale di Venezia ed il Festival del Cinema.
Un occhio nuovo e diverso su Israele e la Palestina, in cui inaspettatamente si svelano umanità e calore, slanci umani e abbracci tra le due parti.
“Ci sono due popoli che dalla costruzione di una barriera di separazione non sanno niente l’uno dell’altra” ha detto uno dei registi, il palestinese Bargouthi, “é importante provare che possiamo lavorare insieme, vivere come vicini e come amici”. Un film ad episodi che non concede nulla alla retorica, ma molto al sobrio humour ebraico selezionato da Goffredo De Pascale, Antongiulio Mancino, Cristiana Paternò e Angela Prudenzi. Alla produzione del film hanno partecipato un centinaio di studenti israeliani e palestinesi a Tel Aviv e a Betlemme.
“E’ importante anche politicamente secondo me”, ha detto Yael Perlov, “perché dopo aver preso parte a un progetto come questo ti si risveglia qualcosa dentro”. L’acqua è il filo conduttore di comunicazione tra israeliani e arabi, in una regione che ha scarse precipitazioni. Acqua per vivere, da bere, per irrigare i campi e gli orti, per lavarsi, per nuotare, per suonare, per amare, ma soprattutto per giocare e sognare. Si comincia con una piccola fonte, dove due amanti israeliani su rifugiano e che si ritrovano a condividere con un gruppo di operai migranti arabi che attraversano il paese a piedi per lavorare come piastrellisti o imbianchini. Un confronto duro, ma che si chiude con due regali, una bottiglia d’aqcua da parte degli israeliani, un po’ di tabacco di Nablus da parte degli arabi.
Poi un corto documentario “The Water Seller” di Mohammad Fuad su Abu, venditore d’acqua ai palestinesi. E qui si vedono le grandi cisterne di cui è dotata praticamente ogni casa.
“I nostri bambini”, spiega Abu, in questo corto particolarmente duro e severo verso gli israeliani, “aspettano le gite scolastiche per vedere una piscina”.
Humour ebraico e solidarietà umana in “Raz e Raja” dell’israeliano Yona Rozenkier,  qui il tema è l’acqua per irrigare le angurie, un soldato israeliano e un arabo arrestato per non ha rispettato il coprifuoco per innaffiare, stabiliscono un rapporto improntato su una sottile e solidale complicità.
L’attore palestinese Mohammad Bakri racconta in “Eye drops” una storia vera e delicata la sua, e il rapporto con una donna israeliana scampata ai campi di sterminio nazisti, che aiutavano a mettere le gocce per gli occhi.
Delicato e divertente, “Now and Forever” dell’israeliano Tal Haring, dove una ragazza israeliana timorosissima si apre con paure e sospetti ad un idraulico palestinese. Entrambi cercano rispetto per la loro umanità e le loro scelte.
“Kareem’s Pool” del palestinese Ahmad Bargouthi, storia dura di un arabo ritornato dagli Stati Uniti per gestire una piscina frequentata sia da famiglie palestinesi, proprio nelle sue terre, dove giocava da bambino con la fonte che ora dà acqua alla piscina. Qui parte una severa condanna all’operato dei coloni, ripresi con camera nascosta.