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Un fondo per salvare il giornalismo d’inchiesta

ROMA – Nel 2011, il Cir (Center for Investigative Reporting), una organizzazione americana non profit dedicata al giornalismo investigativo, ha annunciato il lancio di una nuova piattaforma web per reportage d’inchiesta su YouTube. Un progetto finanziato con 800.000 dollari dalla Knight Foundation e realizzato in collaborazione con l’Inn (Investigative News Network).
L’obiettivo è diffondere su una stessa piattaforma inchieste realizzate da grandi testate e da strutture non profit come il Pulitzer Center On Crisis Reporting, o da produttori indipendenti di tutto il mondo. La fondazione Knight spera di poterne sostenere altri, anche attraverso la pubblicità.
In Inghilterra, dopo lo scandalo che ha travolto la News Corp di Murdoch e portato alla chiusura del News of the World, è stato costituito un Comitato della Camera dei Lord che, in un Rapporto, ha tracciato un nuovo quadro di sostenibilità economica per il giornalismo investigativo, avanzando una serie di proposte, alcune delle quali ritenute “rivoluzionarie’’, per salvaguardarne il futuro.
Il Rapporto chiama in causa tutte le forze della Corona per ridefinire regole e comportamenti dei giornalisti e dell’intero mondo delle public relation. Si intende costituire un fondo per finanziare il giornalismo investigativo e riconoscere alle testate che lo fanno i vantaggi, anche fiscali, dei soggetti a cui è consentito di ricevere donazioni per il loro particolare impegno sociale (charity).
Il fondo, finalizzato a finanziare l’“investigative journalism or training”, potrebbe essere alimentato anche dalle sanzioni per le violazioni del codice da parte dei media, nonché da una parte delle ammende raccolte dall’ “Ofcom” (Office of communication) l’autorità che regolamenta le telecomunicazioni nel Regno Unito).
Un’altra strada per incentivare l’arrivo di fondi è quella di inserire le testate o le strutture che fanno del giornalismo d’inchiesta il cuore della propria attività, nel campo dei soggetti di charity,  in modo da poterle far rientrare fra le tipologie di enti cui è possibile riconoscere donazioni a scopi sociali.
Il Rapporto riconosce, però, che attualmente il Governo non è particolarmente incline a ‘’legiferare in questo senso” e per questo viene chiesto all’esecutivo di riconsiderare le proprie strategie. In Inghilterra, i principale obiettivo di HelpMeInvestigate di Paul Bradshaw, “è destrutturare e demistificare il giornalismo investigativo, rendendolo accessibile a tutti quei normali cittadini che avvertono come la loro voce non sia ascoltata e i loro interessi o le loro comunità non siano seguite in maniera sufficiente dai media ufficiali”.
Progetto presentato al Knight News Challenge, chiedendo un finanziamento di 452.000 dollari. In Francia, la redazione di Rue 89, un sito di giornalismo partecipativo lavora sul metodo. Insieme a una trentina di studenti del Cfj (Centro di formazione dei giornalisti), una delle principali scuole di giornalismo, hanno realizzato una grande inchiesta sulle teorie del complotto fiorite in abbondanza dopo gli attentati dell’11 settembre.
Grande impresa di “disintossicazione’’ realizzata da Rue89 e Cfj. Giornalisti e studenti hanno interrogato testimoni oculari e specialisti per rispondere ad essi punto per punto: ingegneri ed esperti in edilizia, piloti di linea, esperti aeronautici e di incidenti aerei, specialisti della lotta antiterrorismo e membri dei servizi segreti e, infine, ricercatori di scienze sociali.
Il Brasile non ha una grande storia di stampa libera e aggressiva; è stato sotto una dittatura militare fino al 1985. C’è una tradizione di giornalismo investigativo, che si concentra, però, quasi esclusivamente sul problema della corruzione nel governo, mentre altre questioni non ricevono la stessa attenzione.
Qui è nata Publica (l’aggettivo “publica” in portoghese è femminile e sta per “tutto quello che appartiene al popolo’’), primo centro di giornalismo investigativo non profit brasiliano fondato nel marzo 2011 da tre giornaliste, Tatiana Merlin, Marina Amaral e Natalia Viana. Le tre giornaliste si sono ispirate a modelli di oltre Atlantico, soprattutto al Bureau of Investigative Reporting britannico, che Viana aveva seguito quando viveva a Londra, anche se spiega, “funziona diversamente da paese a paese. Bisogna essere molto creativi  sotto tutti i punti di vista’’.
L’attività di Publica solleva, comunque, qualche dubbio nel mondo dell’informazione. “I dirigenti editoriali non credono che il modello non profit sia possibile’’, spiega Viana. Ma Viana non esclude accordi di collaborazione con i maggiori gruppi editoriali brasiliani: “Vogliamo che i nostri servizi abbiano la massima diffusione’’.
Lo sforzo maggiore è stato la creazione di una rete di sostenitori e di partner.  Publica non aveva entrate fino all’inizio del 2011, quando la Ford Foundation e la Open Society Foundations hanno investito nell’iniziativa. Entrambe le organizzazioni hanno finanziato i progetti annuali che la testata aveva messo a punto, sperando che si riesca a trovare dei flussi di ricavo stabili.
Publica lavora per costruire un insieme di partner nel paese, cominciando con i blogger indipendenti, e collaborando con diverse testate tradizionali, come  Agora (uno dei maggiori quotidiani di San Paolo) e tre quotidiani dell’Amazzonia. Ha stretto anche una collaborazione con diverse testate nord e sud americane.
“Non c’è una cultura di inchieste sui monopoli, sulle violazioni dei diritti umani o sui problemi sociali’’, spiega Viana. Publica ha scelto di concentrarsi su alcune aree in cui vede un bisogno di scavare e che considera “essenziali’’ per il futuro del Brasile e la “qualità della democrazia’’, soprattutto ora che il paese sta diventando una superpotenza economica.
Primo filone la Coppa del mondo di calcio: “Il problema non è il calcio in sé stesso”, dice Viana, “ma la grande rete di infrastrutture in costruzione in vista dell’evento del 2014. Ci interessa molto indagare sul modo con cui questo processo viene gestito e su quale impatto avrà sulla popolazione’’.
Secondo filone, la foresta pluviale amazzonica, nella quale sono in corso una controversa serie di progetti di strade, aeroporti, ponti e ben 144 dighe per il prossimo decennio. “Progetti destinati a cambiare radicalmente il paesaggio del bacino delle Amazzoni e il modo con cui è collegato il paese e con cui il paese si collega ai mercati esteri’’, aggiunge Viana.
Infine, la dittatura militare: il Brasile ha messo in piedi una “commissione verità’’ per accertare che cosa realmente è accaduto fra il 1964 e il 1985, ma Viana spiega che l’interesse di Publica nasce dal fatto che quel lavoro di analisi non è mai stato compiuto in maniera appropriata e approfondita. (4-continua – riproduzione riservata)