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Oggi il pentito Naimo ha rivelato che forse fu gettato in un pozzo - La requisitoria del processo il 4 marzo

De Mauro ucciso perché i suoi articoli davano fastidio

Mauro De Mauro

PALERMO – Gli ultimi istanti di vita del giornalista Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre 1970 da Palermo sono stati raccontati oggi in aula dal neo collaboratore di giustizia Rosario Naimo al processo per il sequestro e l’omicidio di De Mauro. Naimo, arrestato nell’ottobre 2010 e subito pentito, ha detto alla Corte d’Assise, rispondendo alle domande del pm Sergio De Montis, di avere appreso i particolari sulla morte di De Mauro nel 1972 da Emanuele D’Agostino, un piccolo mafioso palermitano.
“Quando nel 1972 tornai dagli Stati Uniti a Palermo – racconta Naimo – chiamai al telefono Emanuele D’Agostino, e lui mi raggiunse subito in un appartamento a Ballarò, dicendomi per prima cosa che lo avevano affiliato. Era euforico e incominciò a raccontarmi subito un sacco di cose. Voleva fare bella figura con me per dimostrarmi che anche lui era diventato un mafioso e che era diventato importante. “Prima mi raccontò tutto sulla strage di viale Lazio, poi – prosegue Naimo – mi disse come fu ucciso Michele Cavataio e infine mi disse «la sai quella del giornalista De Mauro, hai sentito che è successo?», ma io negli Stati Uniti non avevo ancora sentito cosa fosse accaduto. Così mi raccontò che De Mauro fu preso e ucciso su ordine dello «zio Totuccio», cioè Totò Riina”.
Inizia così il racconto degli ultimi istanti di vita di De Mauro: “Emanuele D’Agostino lo colpì al viso con il calcio della pistola chiamandolo con un nome diverso, mentre De Mauro stava uscendo dalla sua macchina. Insieme a D’Agostino c’era un ragazzo, un picciutteddu. Però non so il suo nome. A quel punto, De Mauro era pieno di sangue e stonato e il giovane si mise al volante nella macchina di De Mauro insieme a D’Agostino. De Mauro continuava a pensare ad un equivoco e ribadiva: “Ma io sono Mauro De Mauro”.
“Poi D’Agostino mi raccontò che lo portarono in un posto dove c’era lo «zio Totuccio», cioè Riina e – riferisce Naimo – gli fu detto «e, caro Mauro De Mauro…». A quel punto il giornalista capì che non si trattava di un equivoco e subito dopo venne ucciso. Lo tenevano fermo con la pistola”. Ma per l’omicidio di Mauro De Mauro, secondo quanto racconta sempre Rosario Naimo, “c’era lo star bene di Stefano Bontade, che disse agli altri di fare tutto quello che diceva lo «zio Totuccio» e di stargli vicino”. Naimo ha qualche dubbio sul posto in cui venne poi portato Mauro De Mauro. “Forse a Fondo Amari, ma non ne sono molto sicuro perché forse faccio confusione con l’altro racconto di D’Agostino sulla strage di viale Lazio. So però che fecero sparire il corpo di De Mauro”.
Durante il primo interrogatorio, Naimo aveva parlato di un pozzo in cui il corpo di De Mauro sarebbe stato gettato dopo l’omicidio. “Forse è vero – dice ancora – ma sono ricordi del 1972, è possibile che lo abbiano gettato in un pozzo. Ma non lo posso confermare al cento per cento”. Sempre secondo il racconto di Rosario Naimo, insieme a Totò Riina, l’unico imputato del processo per l’omicidio De Mauro, ci sarebbero state altre persone: “Ricordo pure Madonia, ma forse faccio confusione”. Quando parla degli altri mafiosi li chiama con nome e cognome, da Calogero Bagarella a Giovambattista Ferrante, da Giacomo Gambino a Emanuele Badalamenti. Ma appena nomina il capo mafia Totò Riina, Naimo lo chiama con deferenza “il signor Riina”.
Il neo pentito di mafia Naimo ha anche raccontato i motivi che lo hanno spinto, nell’ottobre 2010 subito dopo l’arresto, dopo una lunga latitanza, a collaborare con la giustizia. “Già nel 1993 Cosa nostra mi aveva fatto schifo, ero molto deluso e lo dissi anche a Giovambattista Ferrante quando lasciai Palermo e mi accompagnò in Corsica. Ero deluso perché quando mi affiliarono la prima cosa che facemmo era stata quella di comprare una mucca ad un poveretto a cui era morta. Noi invece eravamo terroristi, è stato tutto qusto terrorismo a farmi schifo. Era da tempo che volevo collaborare, poi ebbi l’occasione e l’ho fatto consapevole di quello che facevo”.
Rispondendo alle domande del pm Sergio De Montis, Naimo ricorda che “dall’89 al ’93 sono stato latitante a Palermo, nel ’93 lasciai Palermo e da allora mi sono totalmente distaccato da Cosa nostra e non ho più avuto contatti con la mafia. Lo dissi nel ’93 proprio a Giovambattista Ferrante (anch’egli poi pentito ndr). Gli dissi che non mi piacevano più i modi di tutto quello che facevano e lui, con le lacrime agli occhi, mi rispose «e lo dici a me?». Io gli risposi «se tuo padre fosse qui, mi darebbe ragione e direbbe che non era questa Cosa nostra quando eravamo entrati»”.
La requisitoria del processo per il sequestro e l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro comincerà il 4 marzo prossimo. L’unico imputato del processo, che si celebra davanti alla Corte d’Assise di Palermo presieduta da Giancarlo Trizzino è il capomafia Totò Riina. Al termine dell’udienza di oggi il presidente Trizzino ha dichiarato la chiusura dell’istruttoria dibattimentale invitando il pm Sergio De Montis a iniziare nella prossima udienza, il 4 marzo, la discussione. Si avvia così a conclusione un processo iniziato quasi 40 anni dopo la scomparsa del giornalista.

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